Human League

Credo

2011 (Wall Of Sound) | synth-pop

La tentazione di cristallizzare un'immagine che lo specchio rimanda particolarmente attraente appartiene all'essenza di ogni umano dotato di una certa vocazione estetica. Ma la vanità non è un vizio capitale quando è inconsapevole, e alla caparbietà dello stile qualcosa si può perdonare. La corsa verso lo smalto più brillante, nella nuova decade, diventa forsennatae in pochi ne sfuggono: c'è chi simula ingenuamente, chi pesca con maggiore accortezza, chi si accosta alla giovane indie star del momento per arruffianarsi un pubblico imberbe - e c'è anche chi rimescola le carte di ciò che fu.
Philip Oakey ha perso i capelli e il suo aspetto oggi è più virile. Le sue vocalist non sono più delle fascinose ragazze, ma delle dignitose signore. E con ciò? Quanto può essere deprecabile la voglia di dire ancora qualcosa? Come in ogni argomentare, il nuovo "Credo" reca picchi e miserevoli cadute - ma loro sono pur sempre gli Human League, e noi non possiamo liquidare l'operazione in nome di un'anzianità anagrafica.

Durante la lunga pausa discografica iniziata dopo l'uscita di "Secrets" e interrotta solo da un paio di antologie, la band di Sheffield non ha mai interrotto l'intensa attività live (in più di un'occasione ha riproposto l'intero "Dare!" in concerto) e dopo la chiusura dell'etichetta Papillon si è accasata presso la più trendy Wall Of Sound, che già fu artefice del rilancio di Grace Jones con l'album "Hurricane". La produzione è affidata ai giovani concittadini Dean Honer e Jarrod Gosling (I Monster) che hanno conferito alle undici tracce un suono allo stesso tempo vintage - ricco di (auto)citazioni - e attuale, anche a costo di ricorrere a qualche trucco che non vedrà d'accordo tutti gli adoratori.
Un esempio lampante di questo approccio è il brano d'apertura, "Never Let Me Go", che fa incontrare nel ventunesimo secolo Martin Rushent e il suono di Jimmy Jam e Terry Lewis (il team che produsse "Crash"). La voce di Susan non era così presente in un singolo degli Human League dai tempi di "One Man In My Heart" (da "Octopus") ed è pesantemente trattata, sillaba per sillaba, con un vocoder - nonostante ciò ha poco da invidiare a "The Things That Dreams Are Made Of", oppure ad "All I Ever Wanted".

L'esser da subito dopo "Reproduction" a metà strada tra il culto e la massa deve aver inciso non poco nella scelta del primo singolo. "Night People" è un pastiche inultimente gonfio d'acidità sintetica, potenzialmente esplosivo come un muffin troppo farcito. Il brano, al primo ascolto, sembra un lontano parente di "A Man Could Get Lost" dei Soft Cell, ma il testo è troppo didascalico per rendere il tutto vagamente interessante. Le cose vanno meglio con "Sky", con Philip Oakey alle prese con il surreale storytelling (qui si narra di un incontro con una donna, il cui nome è appunto Sky, venuta dallo spazio) di cui ha fatto sfoggio anche in passato.
La vicinanza allo stile degli ultimi Pet Shop Boys sa molto di scambio di favori con il duo (che ospitò Philip nel brano "This Used To Be The Future" incluso nell'edizione limitata di "Yes") ma funziona. I chip dei sintetizzatori ballano in coppie il tango in "Into The Night", che però indulge troppo in sonorità da videogioco 'arcade' e non è sorretto da una melodia realmente "vincente".

Se vogliamo dare un senso alla noia, ecco servita "Egomaniac", in cui Oakey avrebbe fatto meglio ad imitare se stesso piuttosto che assumere un finto nerboruto robotismo alla Dave Gahan. Anche in questo caso non c'è troppo spazio per l'immaginazione: "abbagliante come un diamante al sole, egomaniaco, riesci a sentirli dire 'sia fatta la tua volontà?'". "Get Together" è un innocuo riempitivo che centrifuga reminiscenze glam con certe tentazioni rhythm 'n' blues ("Mirror Man" e persino "Love On The Run" erano un'altra cosa).
Un certo peccato d'ambizione emerge in "Privilege", che pare voler ricordare ai posteri l'esistenza delle prime gemme rigirandola maldestramente in un mood vicino alla produzione della Italians Do It Better - in un paradossale gioco in cui i maestri, carenti nell'idea, arrivano a scimmiottare gli allievi più brillanti. La salvezza da una clamorosa bocciatura si profila con "Single Minded", quasi un'outtake dalla patina deliziosa di "Dare!" e graziosa finanche nei coretti che, a volte tirannici sulla peculiarità vocale di Oakey, tanti danni recarono in passato alle sorti della band.

Il rispetto alla storia ritorna prepotente con "Electric Shock" che, pulsante di citazioni moroderiane (ascoltandola bene è una degna nipote di "From Here To Eternity", anche se il giro di basso ha più in comune con "Bamalama" delle Belle Epoque, altro classico della discomusic)non è solo un salto nel passato remoto, ma presente assolutamente meritevole di figurare in ogni stilosa playlist da fashion club che si rispetti. Il gioco delle citazioni si conclude con "Breaking The Chains" che riporta invece ai tempi e alle sonorità di "Hysteria". E non poteva mancare in chiusura un brano dedicato alle stelle.

In conclusione, "Credo" non è il miglior album dai tempi di "Dare!" ma non è neppure un disastro. Scaltro nella sintesi delle varie tappe della carriera del gruppo, senza i brani strumentali che talvolta appesantivano "Secrets", arriva al momento giusto visto il ritorno di esimi colleghi come gli Omd e i Blancmange e il successo che band giovani stanno avendo impossessandosi di quello che Bowie, riferendosi proprio agli Human League, aveva definito il "suono del futuro" (si va dai Goldfrapp ai Mirrors). La sintesi non è una condanna, ma la realtà di un compito che si salva per pochissime, nitide idee, confuse da una serie di errori di tenera ambizione. Una colpa, tuttavia, non più grave di quella dei tanti, troppi millantatori di un'origine che è intoccabilmente datata.

(20/03/2011)

  • Tracklist
  1. Never Let Me Go
  2. Night People
  3. Sky
  4. Into The Night
  5. Egomaniac
  6. Single Minded
  7. Electric Shock
  8. Get Together
  9. Privilege
  10. Breaking The Chains
  11. When The Stars Start To Shine

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