La ripubblicazione congiunta, nel 2008, di "Alas" e "The Forbidden Ep" ha ridato linfa al progetto e convinto Martin che non valeva pena di mettere gli Idaho nel cassetto, per quanto ormai la band sia confinata ormai alla propria johnstoniana espressione, dato che il cantautore di Los Angeles esegue interamente i dischi che escono sotto il nome della sua band.
Una certa trasandatezza filtra da questo "You Were A Dick", già nel titolo e nella scelta di ammassare ben quindici tracce, che Martin non ha forse il coraggio di selezionare. Eppure, nonostante il filo di voce con cui il Nostro si lascia andare alle proprie scarne confessioni, reminiscenti della orgogliosa nudità underground di Jenn Ghetto e dei Carissa's Wierd, le canzoni del disco riflettono un ordine caotico, un microcosmo febbrile del minimalismo di un pianoforte, di un beat sintetico e le parole laconiche di un cantante assai poco dotato, abbandonando quasi del tutto anche il marchio di fabbrica della chitarra a quattro corde.
Jeff Martin realizza però il miracolo di dare vita, nella solitudine di un appartamento di periferia, a un pugno di note, lasciandolo germogliare con sempre misurati ausilii sintetici in un'emotività atomica ma pregna di significato, nonostante il relativo agio di un artista giunto ormai alle soglie della mezz'età. Un'espressività, appunto, dolcemente matura per la maggior parte del disco, dalle parti di Owen (la title track, "The Setting Sun") e di Robin Proper-Sheppard, anche se sprazzi ovattati dell'antico furore riemergono in "The Space Between".
Il minimalismo del disco, se posto in relazione con la sua riuscita emotiva, non è che la manifestazione della facilità di scrittura di Martin, la cui raffinatezza di autore è solo blandamente mascherata dalla scarsità di mezzi. Un autore e una band che meritano di essere non solo riscoperti ma elevati al rango che loro spetta nell'immaginario musicale americano.
(04/07/2011)


