Ivano Fossati

Decadancing

2011 (Emi) | songwriter

Pochi minuti prima di mettermi a scrivere, sotto casa mia, incrocio un uomo sulla cinquantina, dall'aspetto poco curato ma non trasandato: "Scusi, ha una sigaretta? Oggi è il mio compleanno e non ho soldi fino a lunedì..." In altri tempi avrei fatto fatica a credergli, ora invece... gli ho lasciato quel che restava nel mio pacchetto. Lì per lì non ho collegato questa piccola grande sventura della quotidianità alla recensione che stamane avevo in animo di buttare giù. Già, che ci azzecca, direte voi? Amo Fossati da sempre. Il serioso progster brasileiro degli esordi ("Il grande mare che avremmo attraversato"), il depresso affezionato ai temi d'amore di fine anni Settanta ( "La casa del serpente"), il rocker sui generis caustico e sovente incazzato dei primi anni Ottanta ("Le città di frontiera", "Ventilazione" ). Ma soprattutto il Fossati etnico e intimista che nasce sul morire di quel decennio e che prende fattezze via via più sofisticate, per concludere l'ideale ciclo di grazia con l'accoppiata del 1996 "Macramé" e "Anime Salve". Per quello che non sarà solo il nobile lascito artistico di Fabrizio De André, ma anche un'ultima pagina fossatiana scritta la quale parte una fase - mai conclusa - in cui lo sfizio (come l'album strumentale "Not One Word" del 2001) e il pur elegante mestiere non risparmiano un ritorno, istintivo o causale, a tematiche già conosciute. Di quel poco di nuovo che affiora dalla produzione recente, confesso di non apprezzare il giocoso spirito canzonettistico che qua e là emerge, quello troppo fuori dalla metafora che vuole accattivarsi l'orecchio del pubblico cercando al tempo stesso una legittimazione col testo - per così dire - impegnato. Difficoltà mia, probabilmente, che pur amando il cantautorato tricolore non sono quasi mai stato sedotto dalle arringhe sociali di cui la nostra tradizione è piena: per restare nel canzoniere del cantautore genovese, anche l'affatto giocosa "Canzone popolare" - pure inserita nel capolavoro "Lindbergh"- non rientra ad esempio fra i miei brani del cuore.

Questo è quanto mi accingevo a riferirvi prima del mio incontro per strada. Poi però sono tornato a casa, ho attaccato per l'ennesima volta "Decadancing" finalmente intenzionato a scriverne e: "...qui serve un segno di rispetto per la gente... è la sopravvivenza... è trovare un lavoro e decenza... in questa decadenza, le persone non hanno chance...". No che non ho cambiato idea: per i motivi di cui sopra, "La decadenza" - con quel suo ben suonato ma discutibile incedere à-la Zucchero - di sicuro non sarà la canzone da inserire nel mio "best of" prossimo venturo. Però si è trasformato in un ben assestato pugno nello stomaco, un colpo basso, il toccare un nervo scoperto, ma in fin dei conti anche la ferma smentita del passaggio in cui "in questa decadenza, le parole non hanno chance". Sì che ce l'hanno, invece, servissero anche solo a far accrescere il senso d'impotenza, e il dis(in)canto dinnanzi a situazioni che, fino a non molto tempo fa, si percepivano cinicamente come altrove, mentre ora le leggi negli occhi del vicino di casa, nell'incertezza del collega d'ufficio, nei tuoi stessi purtroppo realistici pensieri. Ed ecco come l'implicata osservazione della realtà si carica dell'effetto moltiplicatore dato dall'incombente vicinanza del disagio.

Al di là delle considerazioni contingenti, si può comunque dire che con questo lavoro Ivano Fossati esce dall'impasse che aveva caratterizzato le due precedenti uscite. Anche se l'accoppiata iniziale "La decadenza" e "Quello che manca al mondo" lascerebbe intendere altro, da un lato assistiamo a un ridimensionamento del formato protest song proprio de "L'Arcangelo", e dall'altro al recupero di un'ispirazione, melodica e di testo, che da sempre trova la dimensione ideale nella poetica toccante e disincantata del nostro. Tutti elementi invero già presenti, però con maggiori riserve, nel precedente "Musica moderna". Ecco perché l'amore finito, narrato sottovoce in "Settembre" , ci riporta alle vette di pacata malinconia che furono di "Naviganti" ("...questa è la pioggia che deve cadere/ sulle piccole scene di addio/ siamo solo noi fra milioni e milioni/ benvenuto anche il tuo nome/ fra le future nostalgie"), ecco perché la coppia forse attempata di "Un natale borghese" commuove con un flusso di coscienza che sfiora l'attualità (ma in modo incidentale: "...che buio disprezzabile è la politica/ non vale neanche il giornale del mese prima"), lambisce le tenere memorie di una vita a due ("...è un giorno freddo e chiaro/ e non sono invecchiati i tuoi fianchi perfetti... mi ricordo quando ti ho sposata/ non era facile svegliarmi al mattino") cercando nel passato chissà quanto convinte rassicurazioni per un futuro a troppe incognite ("...non preoccuparti per noi/ che tante cose abbiamo conquistato...").

Si finisce sempre col parlare dei testi - troppo considerando il resto - al punto che, con la signorilità che lo contraddistingue, Ivano Fossati nelle sue interviste fa talvolta notare che i suoi album contengono anche, e soprattutto, tanta musica. Come dargli torto (e non solo oggi)? E qui ancora si percepisce il ritrovato mood rockeggiante caratteristico dell'ultimo lustro, senza tuttavia la rinuncia ai familiari paesaggi per archi e pianoforte che così tanto hanno contribuito alla creazione di uno stile, con un'attenzione di lungo corso all'arrangiamento e alla perizia tecnica che, distratti dalle parole, raramente ci si ricorda di sottolineare.
Tornando ancora alle parole, "Decadancing" ha fra i suoi leit motiv le persone che se ne vanno (la donna amata di "Settembre", i giovani di "Laura e l'avvenire", gli amanti di "Se non oggi"), e a quanto sembra non sono le uniche, dal momento che l'artista ligure ha annunciato che questo sarà l'ultimo disco (a cui fa capo l'ultimo tour) della sua quarantennale carriera. Fra le motivazioni della scelta, quella di non essere così certo di avere altro d'aggiungere di sostanziale a quanto già detto, e il desiderio di assaporare quelle libertà che il mestiere del musicista inevitabilmente gli ha tolto. Di solito siffatti proclami vengono accolti col beneficio del dubbio, ma l'identikit di colui che tanto si è messo a nudo per mezzo della sua arte, porta a credere che sia tutto coerentemente vero. E' dunque altamente probabile che, d'ora in avanti, rimarremo da soli con la sua "musica leggera" che noi "dobbiamo imparare", ma è davvero molto: buona fortuna, Ivano, e grazie di tutto.

(19/12/2011)



  • Tracklist
  1. La decadenza
  2. Quello che manca al mondo
  3. La sconosciuta
  4. Settembre
  5. La normalità
  6. Laura e l'avvenire
  7. Un Natale borghese
  8. Nella terra del vento
  9. Se non oggi
  10. Tutto questo futuro
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