Jamie Woon

Mirrorwriting

2011 (Polydor Records) | soul, dubstep, r&b

Tre anni separano "Wayfaring Stranger" da "Night Air", primo singolo estratto dal qui presente "Mirrorwriting", esordio al fulmicotone del ventisettenne Jamie Woon, figlio della celebre corista scozzese Mae McKenna. Tre anni in cui il ragazzo è rimasto fermo ad annusare i vari andazzi in terra d'Albione prima di sganciare questi dodici assi dalla manica, incuneandosi come un vampiro nei localini dubstep-garage sparsi in tutta Londra, ed entrando lentamente in contatto con i mostri sacri del settore, fino a guadagnarsi le simpatie di un certo William Bevan, rimasto profondamente colpito dalla voce calda e ammaliante di Woon al punto da missare la stessa "Wayfaring Stranger", e co-produrre, guarda caso, la successiva "Night Air".

Ed è proprio al dubstep di matrice hyperdub che Woon strizza l'occhio per dare ritmo ai suoi colpi, in una fusione che scotta e genera condensazioni dall'imprinting sonoro unico e irresistibile. Il contrasto tra le varie torsioni armoniche e le suadenti linee melodiche genera così una improvvisa ondata di calore, ipnotizzando sensi e anima. Fascinazioni neo-soul à-la Timberlake proiettate su variazioni percussive uk-garage: "Mirrorwriting" mostra quanto sia inarrestabile l'ascesa di un fenomeno musicale in evoluzione esponenziale. E se il principio fu "Archangel", l'arrivo, l'avvenuta mutazione è tutta da gustare in "Gravity": svolazzi improvvisi di chitarra in scia Michael Hedges adagiati su pulsazioni dubstep e l'ugola ardente di Woon a recar conforto. La già citata "Night Air" introduce l'album, il suo crescendo è emblematico e rappresentativo, il suo particolare clima, lo stato d'animo che racconta, permea tutto il lavoro.

"Feel that night air flowing through me"... Notte, come zona franca, notte la cui sinuosa e silenziosa magia ridesta e inquieta l'autore, che da essa stilla una poesia sgomenta e dolce di confessioni, dolcezze e lamenti; si coglie ispirazione e magia non dalla luce diurna, ma dall'oscuro e indistinguibile abisso notturno. Una notte incantata e sospesa dirige l'ispirazione: una notte imbevuta di luce passionale, lastricata di corsie di archi e di tastiere dalle fogge ardenti. Corsie in cui i suoni digitali scorrono come luci di rivelazione. E, quasi mimando quella quiete, Woon affida l'interpretazione al pudore di una voce emozionale, bollente e riservata. Il canto è un sospiro, un brivido che incorpora la frenesia dalle ore di luce riponendola nel balsamo del discreto rifugio della notte ("Daylight fills my heart with sadness/ And only silent skies can sooth me"). I colori chiari di questi suoni echeggiano nell'aria, nell'atmosfera; risplendono a contrasto, rimbombando nell'oscurità. Ed è così che dalla desolazione, muove e s'accende una smania d'amore, sospesa tra distruzione e attrazione.

Inusitato senso "blues", notte come scampo, come discorso privato, come strazio romantico. In questo, "Mirrorwriting" sembra ricordare l'opera di debutto solista di uno dei padri della house, Larry Heard (Mr. Fingers "Introduction", Mca, 1992). Ma non solo. Woon incarna una nuova forma di seduzione, attraverso la quale il nichilismo metropolitano palesato dai toni cupi del dubstep fonde all'unisono con la carica ammaliante, eccitante e confortevole dell'r'n'b più luminoso del mainstream odierno.
Un piccolo grande miracolo.

(21/05/2011)

  • Tracklist
  1. Night Air
  2. Street
  3. Lady Luck
  4. Shoulda
  5. Middle
  6. Spirits
  7. Echoes
  8. Spiral
  9. Tmrw
  10. Secondbreath
  11. Gravity
  12. Waterfront
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