JANG SENATO - Lui ama me, lei ama te

2011 (Pippola)
alt-pop

Quantomeno

Ondarock avrà portato loro fortuna. Qualche mese fa ci ritrovavamo a scrivere,

bene, del primo sospirato disco degli Jang Senato, band di pop minimale molto

autoriale e molto romagnola, un disco autoprodotto in cerca di qualcuno con l’orecchio

fino e l’occhio lungo, che avesse il buon senso di prenderselo in carico e distribuirlo

in giro per l’Italia. Il matrimonio alla fine s’è fatto, e a dirla tutta sembra

proprio essere il più logico e potenzialmente produttivo dei matrimoni.

Avete

presente la Pippola Music, quella di Brunori Sas, Oratio e compagnia bella? Ebbene, gli Jang Senato si sono accasati con lei. D’altronde bastava ascoltare i

quindici brani che componevano il corposo album fatto in casa tirato fuori dai

ragazzi in primavera: se quelle con la Pippola non sono affinità elettive poco

ci manca. Ciò che conta, comunque, è che quel disco ora ha un’etichetta, per di

più di grande qualità, che da qualche settimana lo si può comprare su iTunes e

che in questi giorni finirà pure nei negozi. In più, rispetto ai master

originali, c’è giusto il titolo, che allora ricalcava il nome della band e oggi

è “Lui ama me, lei ama te”. Di diverso c’è la copertina, sulla quale ora non

campeggia più un ritratto del gruppo ma un prelato preso dalle spalle

alle gambe, rosario in mano. In meno, invece, c’è qualche pezzo, un

dimagrimento opportuno, che alla raccolta non può fare che bene.

C’è

di che essere soddisfatti, insomma. Tutti. Gli Jang Senato, ovviamente, che

finalmente coronano il talento e l’impegno spesi in questi anni. Matteo

Zanobini e la sua Pippola, poi, che continuano a circondarsi di sempre più

gente in gamba. Noi, infine, che possiamo fare la parte di

quelli che l’avevano detto. Ora non resta altro che dare una sforbiciata anche

a quella nostra recensione. Il risultato è ciò che segue.

Gli Jang Senato sono una delle entità nate dalle

ceneri dei Daunbailò, band stralunata ed esplosiva di patchanka alla romagnola

che intorno alla metà del decennio scorso durò il tempo di un peraltro notevole

album. Eredi degni, alla pari degli Ex di Valerio Corzani (Mau Mau, Mazapegul),

che dei Daunbailò era l’eminenza grigia. Oggi la pagina è voltata del tutto,

anche se certe sonorità restano impresse, per forza, nel loro dna. Oggi, che

finalmente hanno un disco in cui specchiarsi, gli Jang Senato possono davvero

dirsi una band fatta e finita. Questo specchio rimanda l’immagine di un

collettivo affiatato, talentuoso, e con le idee chiare.

Grosso modo la metà dei brani contenuti nel

disco li conoscevamo già. Sono quelli suonati dal vivo, quelli in rotazione nel

loro myspace, giusto con qualche sfumatura in più aggiunta qua e là.

Conoscevamo “La bomba nucleare”, ad esempio, dolce ninna nanna sincopata che

starebbe bene in un disco di Dente se a Dente piacesse riempire le sue canzoni

di effetti vari e suoni non convenzionali. Conoscevamo anche meglio “Respirare”,

gioiello pop in cui live dopo live si è concentrata la summa dello Jang

Senato-pensiero: ritmo e melodie orecchiabili, testi leggeri ma intelligenti. E

poi “Lamericano”, ironia ed energia allo stato puro, probabilmente l’episodio

in cui le influenze dei Daunbailò sono più palpabili, e la elliotsmithiana “Un

tempo”, un altro dei vecchi cavalli da battaglia, con la solita donna che fa

penare, evocata e rimpianta ma senza mai perdere la voglia di ridersi,

amaramente, addosso. L’inizio, insomma, è tosto, la voce densa di

Davide “Gulma” Gulmanelli dà sostanza a un tappeto sonoro le cui trame si

intrecciano costantemente sulle note più acute, il ritmo sale e scende, come le

scale sparate dalla chitarra di Alfredo Nuti in “Lamericano”. Una specie di

manifesto del Jangsenatismo: questi siamo noi, ed ecco quello che ci riesce

meglio fare.

“Io e te”, dopo i rumori di fondo di “Dish” (ora

inglobati in “Un tempo”), si muove sullo stesso binario di “Respirare”, con un

ritornello arioso e una struttura molto sixties, tonda tonda, facile facile ma

efficace. Quindi c’è la breve e romantica “Agata”, ballata lieve tutta

chitarrine e carillon, che richiama un po’ il vecchio De Gregori di “Chissà

dove sei”, seguita da “Tempi buoni”, quasi uno scanzonato rock steady, tra il

Silvestri di “Pozzo dei desideri” e i Sublime più all’acqua di rose, e dal

mid-tempo spensierato di “La coperta”. Infine, dopo l’altro frammento minimale

che è “Gli amanti nuovi”, si chiude con la ballatona “Meno di un

treno”, ironica e romantica come non potrebbe essere altrimenti, swing e

polvere di stelle.

 

Era un esame di maturità questo disco. Per la

scrittura di Gulma, per le scelte negli arrangiamenti, in definitiva per capire

da che parte avevano intenzione di andare, questi Jang Senato. Ebbene, l’esame

è superato. La Romagna è una terra fertile per la canzonetta, e i cinque

senatori vengono da un solco della tradizione che hanno voluto allargare,

insozzare ben bene e deviare. E se un’estate fa rimaneva il punto interrogativo

di un’etichetta da rimediare e di un contratto da firmare, ora anche l’ultima

riserva è sciolta. Ora viene il bello. Difficile trovare un motivo per cui

degli Jang Senato non dovremmo sentir parlare a lungo.

10/01/2011

Tracklist

  1. 1. Normal
  2. 2. 14
  3. 3. La
  4. 4. bomba nucleare
  5. 5. Respirare
  6. 6. Lamericano
  7. 7. Un
  8. 8. tempo
  9. 9. Io
  10. 10. e te
  11. 11. Agata
  12. 12. Tempi
  13. 13. buoni
  14. 14. La
  15. 15. coperta
  16. 16. Gli
  17. 17. amanti nuovi
  18. 18. Meno
  19. 19. di un treno

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