John Foxx And The Maths

The Shape Of Things

2011 (Metamatic) | techno-writer

Negli ultimi vent'anni John Foxx, uno dei padri del synth-pop e fra i principali innovatori in ambito elettronico, ha dato sfoggio di un'incredibile varietà di anime, culminate in un impressionante numero di pubblicazioni discografiche, ciascuna con la propria storia e il proprio sound. Dapprima l'ambient onirico e sconfinato della serie "Cathedral Oceans", poi un ritorno al futurismo elettronico, già percorso in "Metamatic", assieme al fido Louis Gordon, poi ancora la meravigliosa parentesi dream di "Mirrorball" con Robin Guthrie, l'altrettanto ottima collaborazione con Harold Budd ("Translucence/Drift Music"), un disco non troppo riuscito d'astratta ambient cameristica ("A Secret Life" con Steve Jansen e il produttore Steve D'Agostino) e infine due album usciti a suo nome, il buon "Tiny Colours Movies" e lo splendido e mistico "My Lost City".

A completare il percorso, nel 2011, arrivò un'altra collaborazione, questa volta con uno dei guru della sperimentazione elettronica analogica, Ben Edwards (aka Benge), più noto probabilmente per l'incredibile collezione di sintetizzatori entrati di diritto nella storia della musica elettronica che per la sua attività di musicista. Come è lecito attendersi, il prodotto di una tale unione non poteva non ricondurre, almeno in parte, all'algido futurismo di "Metamatic", oltre che alla sua virtuale reprise in salsa moderna attuata assieme a Gordon. Ma l'impostazione del primo, già comunque ottimo parto del duo ("Interplay") trasportava in realtà in una dimensione ancor più particolare: a mostrarsi appieno, molto più che in passato, era una certa matrice intimista e cantautorale, sommersa sì da speculazioni analogiche d'ogni tipo, ma comunque percettibile, se ricercata con attenzione, nella voce quasi sempre trattata di Foxx. Se "Metamatic" faceva rima con futuro e "The Garden" con tradizione, "Interplay" era connubio di personalità, anche a costo di un'inaccessibilità particolarmente marcata. Un'opera forse più adatta a un ipotetico museo di storia dell'elettronica che al mercato discografico.

Neanche il tempo di recepire appieno, approfondire e portare alla luce il primo lavoro, che il duo Foxx-Benge ritorna, ancora una volta sotto il nome di John Foxx And The Maths, con il secondo capitolo, questo "The Shape Of Things". Le coordinate rimangono invariate: sintetizzatori e drum machine in primo piano, con Foxx protagonista in fase di scrittura e a prestare la voce, e Benge impegnato perlopiù nel manovrare i suoi gioielli. Ma se già "Interplay" si figurava come l'intimo canto del Foxx androide, questo nuovo lavoro scende ancor più nelle profondità del suo lato umano, quasi a voler interfacciare ricerca e tradizione, tecnologia e musica. Può considerarsi corretto quell'unico mezzo difetto che caratterizzava il suo predecessore, ovvero una certa tendenza al sacrificio della sostanza in favore della forma: "The Shape Of Things" bilancia i due elementi, eliminando quasi del tutto l'eccesso sonoro di "Interplay".
I brani, senza rinunciare alla loro intima essenza analogica, vengono così scoperti da quel sostrato di suoni che ne nascondeva parte dei tratti somatici: ecco sbucare, ora dinnanzi a chiunque azzardi l'ascolto anche solo di un pezzo, quell'intimità che giustifica appieno la definizione di techno-writer. E a ciò, per non trascurare nulla, aggiungiamo una gran quantità di echi del passato che porta senza dubbio a poter definire quest'album come il più simile - in tutta la produzione sonora della seconda fase della carriera di Foxx (quella successiva alla decennale pausa dopo "In Mysterious Ways") - ai suoi fausti eighties.

Nascono così vere e proprie canzoni, nel vero senso del termine, come "September Town", marcetta ipnotica sostenuta da una drum machine in gran spolvero, l'alienante "Rear-View Mirror", synth-pop genuino e decadente in grado di riportare alla mente i tempi di "The Golden Section", ma anche "Tides", un pop-rock non troppo distante da "Pater Noster" - forse il più bell'estratto di "The Garden" - e ancora "Vapour Trails", in cui tornano in mente invece da vicinissimo addirittura gli Ultravox! più kraftwerkiani.
Altri episodi proseguono su uno stilema simile, isolandosi però maggiormente e sconfinando oltre la forma-canzone, come l'oscuro incedere minimale di "Unrecognized", uno degli episodi migliori del disco, la malsana glitch di "Falling Away", cantato alla Eno su base Sonic Youth e forse unico rimando alle spigolosità di "Interplay", l'ambientale "Invisible Ray" per voce filtrata e larghe aperture sintetiche, la lenta e ipnotica "The Shadow Of His Former Self".
A completare l'opera, una serie di brevi strumentali affidati all'egemonia di Benge, fra i quali spiccano le simmetrie oblique dell'iniziale "Spirus", la quiete indissolubile della curiosa "Modereno" e la messa elettronica per organo Hammond di "Buddwing".

Non manca praticamente nulla a quest'album per ambire al ruolo di capolavoro, se non forse una certa, ovvia, mancanza di vena innovativa: sarebbe assurdo pretendere dall'ormai ultrasessantenne Foxx opere della caratura di "Metamatic" o dei lavori con gli Ultravox!, che risultino oggi capiscuola e impongano standard, data anche la pressoché totale assenza di questi ultimi nella musica odierna, dove grazie al digitale più o meno chiunque può proporre le proprie esperienze sonore, di qualsiasi tipo esse siano.
Non ci resta quindi che entusiasmarci di poter vedere all'opera ancor oggi un monumento dell'elettronica come Foxx, impegnato non, come molti altri, nel dar vita a dischi che ne tengano in piedi il nome, ma ad opere di qualità sopraffina, a volte distantissime dai suoi trascorsi, altre invece memori e vicine al sound di quell'indimenticabile periodo. E "The Shape Of Things" coniuga a meraviglia echi del glorioso passato, suoni direttamente provenienti dalla storia dell'elettronica e una scrittura personalissima e sempre attuale: ne deriva un trattato che aggiorna l'analogico al presente, in grado di suonare più attuale di molti capitoli di contemporanei legati all'evo digitale, di essere contemporaneamente rock, pop ed elettronico, con la sensibilità compositiva dei migliori songwriter. Benge vi aggiunge la sua esperienza tecnica: per lui il sintetizzatore non ha segreti, è macchina onniscente sul suono sulla quale egli stesso risulta manovratore a trecentosessanta gradi. È una formula a ben vedere non comune, che qualcosa di nuovo finisce quasi per proporcelo, con tanto di cappello a un genio in grado di mantenere intatta la sua creatività nonostante gli ormai trentacinque anni di carriera.

(06/06/2012)

  • Tracklist
  1. Spirus
  2. Rear-View Mirror
  3. Talk
  4. Psytron
  5. September Town
  6. Unrecognized
  7. Modereno
  8. Falling Away
  9. Invisible Ray
  10. Vapour Trails
  11. Buddwing
  12. Tides
  13. Astoria
  14. The Shadow Of His Former Self




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