Julia Holter

Tragedy

2011 (Leaving Records) | experimental songwriting, avant-pop

Prima di guadagnarsi una certa attenzione con la pubblicazione di “Ekstasis” e, prima ancora di presentare soluzioni più orientate verso un raffinato e più “umano” art-pop nel recentissimo “Loud City Song”, Julia Holter aveva esordito sulla lunga distanza con le sei rivelazioni trascendentali di “Tragedy”, sorta di concept-album ispirato alla tragedia “Ippolito” di Euripide, in cui il grande drammaturgo dell’antichità metteva in scena un dramma amoroso.

Opera ambiziosa ma mai pretenziosa, in cui gran parte delle liriche arriva direttamente dal testo euripideo (utilizzato secondo una logica non cronologica ma “sonora”), "Tragedy" (ristampata nel maggio di quest’anno dalla Domino) è inaugurato da una “Introduction” che funge da evocazione inquieta di un dolore primordiale (in un’atmosfera nebbiosa, si materializzano, in successione, il richiamo di un corno, il suono di una sirena, il canto di una soprano, il rumore di un registratore a cassetta e il mugolio della stessa Holter).
L'essenza intorno cui ruota tutto il disco è l'idea di un avant-pop onirico ed esoterico basato sulla stratificazione o sulla contrapposizione di tecniche diverse. Gli umori umbratili persistono anche durante il primo minuto di “Try To Make Yourself A Work Of Art”, destinato a trasformarsi in un cerimoniala marziale dove la voce filtrata è accostata a lugubri sbuffi fiatistici, masse fantasmatiche e un trillare metallico. Elementi di una scena (non solo mentale) che svaniscono improvvisamente, lasciandosi inghiottire da un buco nero brulicante di mistero.

Più che inquietudine, però, quest’ultimo partorisce uno smisurato desiderio di protezione, per cui “The Falling Age” vira verso un’ipotesi di ballata malinconica delle sfere celesti, trasfigurata, attraverso una lenta e graduale modulazione, in un vortice dronico che lascia risuonare sullo sfondo schegge levigate di archi (a cura dell’ensemble CalArts New Century Players) e di piano.
Lo “spettro” vocale di Laurie Anderson (quello di “O Superman”, per intenderci) culla il synth-pop ipnotico di “Goddess Eye”, un brano sostanzialmente più “riconoscibile”, soprattutto se paragonato agli ultimi tre pannelli dell’opera. Dapprima, una “Celebration” in cui il grado di astrazione collagistico della “Introduction” viene approfondito e perfezionato, lasciando correre sul nastro echi di modern-classical e dream-pop, sussulti di drum-machine, rintocchi pianistici e languide tessiture di sax (Casey Anderson). Poi, una “Lillies” che apre in mood caotico-metropolitano e muta in una cantilena singhiozzante propulsa da un battito kraftwerk-iano.
Dunque, un toccante “Finale”, in cui il suo bisbiglio si trasforma nella sorgente ultima di un corale sovrannaturale, ultimo avamposto di un’avventura musicale assolutamente intrigante.

(22/09/2013)

  • Tracklist
  1. Try to Make Yourself a Work of Art          
  2. The Falling Age          
  3. Goddess Eyes          
  4. Celebration          
  5. So Lillies          
  6. Finale
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