Ecco perché vibra tanta curiosità dietro questo suo atteso ritorno. L’esigenza è di capire dove possa svoltare o penetrare con maggior vigore questo timidissimo signorino del New Jersey. Allo stesso tempo, è doveroso accostarsi a “Player Piano” con una certa attenzione, senza sbrodolare nella pretesa di ritrovare, per l’appunto, la medesima conformazione “magica” o magari qualcosa di eccessivamente insolito, spiazzante. Ciononostante, Hawk fa di tutto per complicarsi (e complicarci) la vita, percorrendo con angosciante timidezza nuovi sentieri, sostando ugualmente lungo le stesse piattaforme malinconiche, ricoperte da un immaginario sonoro in apparente sonnolenza, ma senza alcuna convinzione, eccezion fatta per la tambureggiante “Worries“ (in piccola parte la sequenza più sixties del lotto) e l’incedere synth-pop progressivo tagliato à-la Rick Smith della conclusiva “Trance Sister“. Mentre in apertura e chiusura alloggia indisturbata “Musicbox”, celere momento al piano, trasformato in xilofono senza alcuna resa emotiva.
Tuttavia, fin dai primi giochini pop di “Wait In The Dark” si cerca di seguire la bacchetta dell’apprendista mago, rincorrendo con una certa soddisfazione quella scia di melodie sbarazzine, spesso atte a mostrare nella seconda parte di ogni singola traccia arcobaleni al synth, innescati in alternanza a mo' di giocattolo. Peccato solo che la scintilla resti sempre lì, compressa tra un’effimera pulsazione ipnagogica (“Offers”) e un’irrisoria fascinazione strumentale (“Humming”), con l’improbabile hit estiva “Sun Hits” posta nel mezzo, l’unico spezzone accattivante e stupidino quanto basta per differenziarsi dal resto del pattume.
Ma è davvero troppo poco per il giovane Hawk. Ecco perché non gli resta che riscoprirsi (e farsi riscoprire) magari con gli altri due progetti in canna, Memory Cassette e Weird Tapes, o magari con i vecchi tre cari amici di Philadelphia (Matt Maraldo, Dan Henry e Richie Roxas) nei misconosciuti e mai dimenticati Hail Social.
(22/07/2011)


