Morphosis

What Have We Learned

2011 (Delsin) | techno

Non sono in casa mia, questi muri non mi appartengono. Torno, trovo freddo e forse puzza, sono un ospite dalla faccia scura e dai pensieri distratti da altro, da una fuga, dalla ricerca, da visioni diverse da quelle che mi accompagnavano fino a ieri. Detroit, Berlino, Parigi, Chicago, New York, capitali del suono, non è house e non è techno, è il meticciato che avanza. Venezia, metà oriente, metà cattolicesimo, non ci vivrebbe nessuno - si dice - ma è un posto affascinante nella provincia di un impero che non c'è più e che in fin dei conti nel 2011 non esiste neanche ipoteticamente grazie a internet, dove la periferia dipende da quanto dolore patisci nei sottoscala e nei club ridotti all'osso o nel venderti al miglior offerente per pagare le bollette con la tua passione. Il centro una volta era passato per sbaglio non troppo lontano, l'eurodance, la house napoletana, il plastic, il centro che imita costantemente la periferia per non perdere mai il riflesso dell'ispiratore.

Rabih Beaini aka Morphosis (oppure Ra.H e in compagnia Upperground Orchestra) si presenta per l'uomo che è: un ragazzone libanese che ha deciso di sbarcare anni fa in Italia per cercare qualche possibilità diversa da quella della sua terra d'origine, poi le cose sono cambiate fuori e dentro di lui e quella - per il momento - è un'altra storia. Cosa ha imparato Rabih prima di discutere con sé stesso per questo disco è scritto chiaramente ora mentre ascoltiamo “What Have We Learned”. L'amore per il jazz, la visione spaziale di Sun Ra e dell'Arkestra, il suono gigante della house e la disperazione con la luce in fondo al tunnel della techno, c'è anche altro che emerge. Emergono dedizione e sacrificio, controllo e abbandono. Rabih dice di aver completato l'opera in un paio di giorni, di aver preparato l'attrezzatura in un altro paio, ha programmato un po' di cose e poi ha improvvisato: perché uno non dovrebbe crederci? Le storie mancano troppo spesso nella musica, eppure ogni disco dovrebbe avere la sua. Perciò ecco un disco che ha la sua storia e che sa raccontarla: parla di sorpassare un po' di barriere, di pensare alla materia dance svincolata dal suo utilizzo nei club e farla migrare attraverso le strade fino a farle assumere connotati stranieri, tra idm e synth, tra sci-fi e placidi tramonti.

Dai uno sguardo rapido in prefazione e scopri che M> O> S e Delsin sono le calde dimore di Rabih. E’ lì che sgancia le sue cose, a conferma di un percorso techno dai tratti androidi. Ma le strade calcate dal producer libanese in realtà conducono altrove, delineando un vero e proprio labirinto, capace di trascinare l’immaginazione oltre le solite masturbazioni. Ogni deviazione ritmica insegue architetture differenti e nuovi spazi. Dai controlli di Rabih nasce semplicemente l’urgenza di innescare reazioni emotive a catena. Perché “What Have We Learned” mescola le infinite anime di un guerriero in fuga. E’ musica atta a liberare l’istinto, incollando il cuore e la materia grigia ai magneti. Il rimbalzo elettronico di “Silent Screamer” emana calore, domina i sensi senza usare la frusta, pulsa ganzo e beato. Segue “Spiral”, che decolla in frequenza classica, ti solleva dal suolo e ti dice che il ragazzo è il Capitano Archer. Per un attimo pare di essere tornati a Parigi.

Poi Rabih ci ricorda che c’è anche un corpo da assecondare. “Too Far” esegue il compito alla perfezione: groove da capogiro ed esotismo melodico a ipnotizzare i neuroni. E’ il richiamo della madre terra che spinge l’uomo a rincorrere il proprio dna, a cercare un aggancio possibile tra le origini e il presente. Ciò che nutre questa spiritualità ha i tratti sciamani di “Gates Of Night”. Così come “Kawn” vola dritto verso la Luna, si espone morbidamente ai suoi raggi e al suo richiamo, sorvola la pista in narcotica andatura: tastierone ubriaco e beat palleggiante. Eppure la techno è sirena minacciosa. Così “Dirty Matter” assolve l’ingrata faccenda. C’è ancora tanta sporcizia da rastrellare. Più bpm e meno sorrisi. Rabih sa il fatto suo. Rincara la dose e trattiene il fiato, prima che i cocci finiscano per essere sbrindellati in “Ascension”, come un ultimo starfighter qualunque.

Cos’altro vuole mostraci Rabih? Cos’altro avrà imparato scavando in quella sua benedetta anima? Parlavamo di un disco che cerca di rivelarci una storia. E pare di averne vissute cento, mille, al di là di ogni confine.
Mandateci una cartolina.

(01/04/2011)

  • Tracklist
  1. Silent Screamer
  2. Spiral
  3. Too Far
  4. Wild In Captivity
  5. Androids Among Us
  6. Gate Of Night
  7. Kawn
  8. Dirty Matter
  9. Ascension
  10. Europa
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