Duo formato (nel 1999) da Hai Nguyen Dinh e da Tormod Christensen e dedito a composizioni per distorsori, drum machine, chitarra elettrica e suoni generati da apparecchi d’annata (soprattutto vetusti personal computer), Next Life debutta, dopo un singolo (“Red End”), con un primo album dal titolo più che eloquente, “Electric Violence”, una raccolta di petardi sotto forma di speed-metal elettronico. Questo esordio è forse il loro canto del cigno: quanto segue è un po’ l’inizio della fine, nel suo limitarsi a mettere in chiaro le intenzioni, rifinendole brano dopo brano, e nel suo traslare l’attenzione dal contenuto alla forma (“The Lost Age”, il seguito del 2009).
Con “Artificial Divinity”, la questione è palese. La band passa definitivamente dal lo-fi all’alta fedeltà, e solo l’attacco di “Anti Matter” e “Re-Animated”, il brano di spicco, riportano ancora ai migliori gesti irrazionali del primo disco, con tanto di elettronica caotica.
Il poco assortimento della raccolta fa suonare “Infinite Time” come una qualsiasi band thrash-metal nordica. L’umore unitario è un vago gothic-rock che si porta dietro l’organetto minimalista degli Shogun Kunitoki (“Lightning Accelerator”, “Climbing Walls”), al punto che “Colors Fading Out” è una sorta di assolo per tastiere e rumori (piccolo fattore di novità).
La parte di mezzo, che concentra in sé stessa tre interludi strumentali, dice qualcosa di più: “Nuclear Winter” è quasi ambientale, “Living Dead Forest” riporta scampoli della “Metal Machine Music” di Lou Reed, e “Moonlight” suona persino atonale.
Il terzo album del complessino (base a Tønsberg, Norvegia), cui ora si è aggiunto un vero batterista, Anders Hangård, è un freak diventato adulto, un sequel (magari di un Carpenter e dei suoi slasher movie, per rendere l’idea) dagli esiti discutibili. Un aggiornamento tecnologico – o quantomeno rifinito – che manca della meraviglia della scoperta. Solo per fanatici weird-metal accaniti. Distribuisce Nuclear Blast, anche in vinile.
14/07/2011