Un'inventiva sciatta, percolante dall'intonaco scrostato di un'epopea fantesca di solitudine polverosa. Sciatta ma mai sopita, se è vero che il maggior conseguimento di David Andrew Strackany prima di questo "Fruit Of The Spirit" è stato il suo "Song Diary": un anno passato componendo una canzone al giorno, tutte liberamente accessibili sul suo sito minimalista. "Fruit Of The Spirit" è il secondo disco a uscire per la covata alt-folk della Partisan, dopo "A View Of The Sky", e vede la collaborazione di tredici amici e musicisti, che si sono uniti a Strackany in una tre giorni di pazza registrazione. Una multicolore imperfezione, dettata da paccottiglia ritmica, da squittii pop in sottofondo e dal timbro alla Ounsworth del cantautore americano, ammanta di una gradevole giocosità il disco, in uno spettacolo multi-etnico per bambini troppo cresciuti, alla Breathe Owl Breathe ("Lighthouse"). L'alt-folk da viaggiatore incallito di "Pharoah" si mette invece sulle orme di hobo come Little Wings, senza dimenticare l'ebbra rimuginazione, odorante di caffè e sigarette, della waitsiana "The Rager". Nel complesso interessante ma fin troppo sfilacciato, tanto da stancare.
04/08/2011