Peter Gabriel

New Blood

2011 (Real World) | orchestrale

Avete presente quando un grande musicista scompare troppo presto, magari proprio quando si trova al culmine del proprio percorso artistico? Quasi sempre si crea un andirivieni di frasi del tipo "chissà quanti altri capolavori avrebbe creato!", oppure "la musica senza di lui non sarà più la stessa". Penso a Jim Morrison, Jimi Hendrix, John Lennon, a Kurt Cobain, a Jeff Buckley, a decine di altri. Alla fine degli anni 70 per me Peter Gabriel era il più grande musicista esistente sulla faccia della terra. Ero follemente innamorato dei Genesis e delle romantiche visioni gabrielliane, sfociate nella surreale storia metropolitana che fungeva da base al monumentale doppio "The Lamb Lies Down On Broadway" (1974), un disco davvero troppo avanti per quei tempi, che vedeva anche lo zampino di un giovanissimo ma già decisivo Brian Eno.
L'amore fu ulteriormente foraggiato dalle prime uscite soliste di Peter, i quattro album omonimi, e nel 1986 quel "So" tanto bello all'epoca quanto male invecchiato oggi. Un disco che ridicolizzava il pur simpatico e contemporaneo "Invisible Touch" degli ormai Collins-dipendenti Genesis. Poi, è arrivato il capolavoro ethno con la colonna sonora di "Passion". Se Peter Gabriel fosse morto in quel momento, sarebbe stato un dramma insuperabile per tutti gli appassionati di musica del mondo. Gabriel era un guru, un profeta, un mito, un maestro, un precursore, un mecenate, un re mida, persino uno scopritore di talenti, nonché un benefattore della world music proveniente dal continente africano. Cosa avrebbe perso il mondo se Peter fosse scomparso nel 1989, oppure se avesse deciso di ritirarsi in un eremo nepalese? Assolutamente nulla.

Qualche slancio nel (per lui) modesto "Us", atteso per ben sei anni, il nulla assoluto nel più volte rimandato ed inconsistente "Ovo", arrivato addirittura nel 2000 e concepito per inaugurare il Millennium Dome londinese, giusto un paio di canzoni nel successivo "Up" che confermava le difficoltà di un autore inaridito dal tempo. Gabriel in recenti interviste non ha avuto difficoltà a riconoscere di essere un artista lento ma felice, ed ha sempre confermato senza problemi di non rimpiangere il passato con i Genesis. La sua lentezza lo eleva a personaggio avulso dall'attuale sistema discografico, allontanandolo dalle simpatie delle giovani leve; la sua riluttanza a riconoscersi nelle memorabili sinfonie elettriche del quintetto che grande fama diede al movimento progressive inglese lo tiene altrettanto a distanza dalle grazie dei suoi sostenitori di lunga durata. Chi gli resta accanto? Evidentemente Peter non se ne cura, ed esaurita completamente la vena compositiva, nell'arco di un paio di anni si è dedicato prima ad omaggiare i lavori altrui in "Scratch My Back", e oggi a rivedere quattordici opere autografe con l'ausilio di un'intera orchestra, badando bene a sottrarre dal gioco sia chitarre che batterie.

Non c'è più rock, non c'è più sangue, o meglio, è un nuovo sangue quello che sgorga da queste tracce mistificate ad uso e consumo di quel settore d'attenzione degli esperti di marketing che rientra sotto l'antipatico nome di "adult contemporary". Non è musica per giovani, sono daddy's songs, canzoni per agiati e imborghesiti padri di famiglia, poco avvezzi alle rivoluzioni musicali ed in cerca di situazioni rassicuranti. Nei casi più rarefatti (vedi "Wallflower") potremmo addirittura definirle grandaddy's songs, completamente prive di verve, anzi, dubito che simpatici nonnetti abbiano voglia di ammorbarsi con questa roba qui.
Non che Peter sia mai stato un punk, ma la sua distanza da quel musicista che decise di tagliarsi una ciocca di capelli sopra la fronte per scoprire quanti fan lo avrebbero seguito (erano i tempi di "Foxtrot", 1972) è a dir poco abissale.

Peter, non ti amo più, ma amo visceralmente le tue composizioni, e devo dire che riascoltare le arrampicate vocali di "The Rhythm Of The Heat" è emozionante sempre come la prima volta, ma qui è un ritornare su campi ampiamente noti, che nulla aggiungono alla grandezza dell'artista di Bath. E sorbirsi un disco intero di saliscendi di archi e fiati non è così gradevole per chi puntò tutto sugli schiaffoni di "The Knife", sull'infinita "Supper's Ready" o sull'imprescindibile ending di "The Musical Box": ah, benedetta gioventù!
Chiaro che la cura con la quale Peter si sarà prestato al riarrangiamento dei pezzi scelti per "New Blood" è da rispettare: in alcuni casi ci troviamo di fronte a partiture impegnative che vanno a costituire situazioni in grado di discostarsi notevolmente dagli originali, con in più il pathos di un'intera orchestra a disposizione.

Qui il punto non è infatti la svolta orchestrale, mi sovviene lo splendido lavoro che ad esempio Elton John realizzò verso la fine degli anni '80 con la Melbourne Symphony Orchestra (andatevi a riascoltare almeno "The King Must Die"), raggiungendo un carico emozionale notevolmente superiore. Il punto è piuttosto: a nove anni da "Up", chi non avrebbe preferito un onesto disco di inediti piuttosto che minestre riscaldate buone per una partita di caccia alla volpe?
E poi "Intruder" privata del ritmicismo iniziale perde tutta la sua straordinaria forza d'impatto, "In Your Eyes" resa in quel modo diventa una canzone terribilmente normale, "Mercy Street" fatichiamo duramente per evitare di skipparla, durante l'ascolto di "Red Rain" e "Don't Give Up" ci vien quasi voglia di interrompere l'agonia, per non parlare dell'accoppiata "The Nest That Sailed The Sky"/"A Quiet Moment" che arriva a totalizzare circa nove minuti di quasi assoluta inutilità.

Magari viste dal vivo, nel tour di qualche mese fa, queste versioni sarebbero state anche vagamente coinvolgenti, ma sul disco non trovo particolari motivi per preferirle all'ascolto degli originali.
Se proprio volete farvi del male, oppure se siete amanti del classicismo a tutti i costi, sappiate che esiste in circolazione una special edition con bonus disc contenente ulteriori tredici tracce strumentali, che private dell'indispensabile voce dell'autore perdono davvero gran parte del loro senso.
Uno degli ultimi colpi di coda di un artista che, ahimè, pare davvero non avere più nulla (di nuovo) da dire.

Se qualcuno potrà mai considerare "New Blood" come un buon viatico per addentrarsi nella conoscenza del mondo di Peter Gabriel, questo qualcuno non solo dubito che possa amare Peter Gabriel, ma ho seri dubbi che possa nutrire vero amore per la musica rock in generale.

(08/10/2011)

  • Tracklist

CD 1:

  1. The Rhythm Of The Heat
  2. Downside Up (feat. Melanie Gabriel)
  3. San Jacinto
  4. Intruder
  5. Wallflower
  6. In Your Eyes
  7. Mercy Street
  8. Red Rain
  9. Darkness
  10. Don't Give Up (feat. Ane Brun)
  11. Digging in the Dirt
  12. The Nest That Sailed the Sky
  13. A Quiet Moment
  14. Solsbury Hill (bonus track)

 

Special 2CD Edition including instrumental disc plus bonus track Blood of Eden:

  1. The Rhythm of the Heat (instrumental)
  2. Downside Up (instrumental)
  3. San Jacinto (instrumental)
  4. Intruder (instrumental)
  5. Wallflower (instrumental)
  6. In Your Eyes (instrumental)
  7. Mercy Street (instrumental)
  8. Red Rain (instrumental)
  9. Darkness (instrumental)
  10. Don't Give Up (instrumental)
  11. Digging In The Dirt (instrumental)
  12. The Nest That Sailed The Sky (instrumental)
  13. Blood of Eden (studio track)
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