Screaming Trees

Last Words: The Final Recordings

2011 (Sunyata) | alt rock, grunge

Gli Screaming Trees hanno avuto un piccolo-grande merito e lasciato un piccolo-grande rimpianto nel corso della loro carriera. Il merito è quello di essere stati uno dei gruppi più energici, genuini e ruspanti gravitanti nell'orbita del grunge e della "mecca" seattleiana, con un suono mai eccessivamente originale, anzi spesso revisionista, ma confortati da una discografia ricca e varia e da un songwriting decisamente sopra la media. Il rimpianto è quello di non aver mai raccolto, in termini commerciali e di critica, quanto forse meritavano. Sempre troppo in anticipo o troppo in ritardo sugli eventi. Con un'immagine così irsuta e prosaica, da veri campagnoli di Ellensburg (Washington), troppo poco tormentata e maledetta, nonostante l'innegabile fascino vocale e virile di un frontman come Lanegan (rivelatosi poi pienamente nel suo personale decennio post-Trees), per sgomitare fra i teen-idol alternativi degli anni 90.

Partiti a metà degli anni 80 su presupposti hardcore provinciali e suburbani (a tratti quasi roots) di scuola Sst e pervenuti a poco a poco a uno stile fortemente influenzato dal rock degli anni 60, venato di blues, folk, psichedelia, gospel, hanno collezionato un'unica hit degna di questo nome ("Nearly Lost You", 1992) senza però che i due album successivi - "Sweet Oblivion" (1992) e "Dust" (1996) - ne traessero granché giovamento. Le loro tracce si perdono a cavallo fra il 1999 e il 2000 quando, presi in mezzo fra la diaspora di popolarità del grunge e di certo rock novantesco in generale e il peso sempre più crescente acquisito da Lanegan come solista, i Trees si erano ritrovati senza un contratto e avevano registrato a spese loro una decina di brani da far girare negli uffici degli executive, trovando però solo porte chiuse. Così avevano pronunciato formalmente la parola fine e ognuno se n'era andato per la sua strada, con i suoi piccoli progetti personali, finendo più o meno tutti eclissati da quell'icona ombrosa che il loro ex-cantante era nel frattempo diventato.

Acqua passata, insomma, che nemmeno le recenti celebrazioni per il ventennale di "Nevermind" o le reunion di gruppi in qualche modo coevi come Soundgarden, Urge Overikill o Jane's Addiciton ha contribuito più di tanto a riportare in auge. Loro erano e sono rimasti più che altro "l'ex gruppo del grande Mark Lanegan". A restituire un po' di visibilità alla band dei fratelli Conner e a far luce sugli ultimi mesi della loro attività ci ha pensato il batterista dell'epoca, l'ottimo Barrett Martin, pubblicando (un po' in sordina, a dire il vero) sulla sua label personale le registrazioni di quel periodo. Registrazioni effettuate, a suo tempo, negli studi di proprietà di Stone Gossard, con l'amichevole partecipazione di Peter Buck e Josh Homme, e poi mixate e remasterizzate nel formato attuale (molto buono, per inciso) da un altro eroe di quella stagione, Jack Endino.

Il risultato è nei dieci brani contenuti in "Last Words: The Final Recordings", album postumo e forse un po' posticcio che rappresenta, pur con tutti i suoi limiti, un efficace bignami di fine carriera, il ritratto di un gruppo in naturale fase di stanca, ma capace, qua e là, di piazzare la sua zampata leonina.
Frammenti significativi del loro sound più tonico risaltano ancora nei brani migliori: "Anita Grey", rave-up replacementiano insufflato di distorsioni wah, nell'incipit hendrixiano e nel bel climax corale del ritornello di "Revelator", nella melanconica ballad byrdsiana "Tomorrow Changes", con appena un tocco di fuzz a mascherarne l'ascendenza. Per il resto si naviga a vista, senza grandi slanci ma anche senza cadute rovinose, fra il groove soulful e west-coast di "Door Into Summer", l'hard-blues ruvido e melodico di "Black Rose Way", i sixties di "Last Words" con la chitarra di Gary Lee Conner in gran spolvero negli assoli, e brani che sembrano già appartenere al Lanegan "lupo solitario" (l'acustica "Reflections", "Low Life", il rock-noir striato di psichedelia di "Crawlspace"), al solito eccellente la sua prova vocale, più che al gruppo nel suo complesso.

In definitiva, "Last Words" è un disco che non aggiunge granché alla considerazione in cui si può tenere (o non tenere) un gruppo come gli Screaming Trees, non gli farà vendere più di quanto non abbiano già venduto, né sposterà il valore delle loro quotazioni estetiche. Tuttavia appare come un'operazione onesta e gradita a tutti gli aficionados della band e a chiunque volesse prenderlo come spunto per ripercorrerne a ritroso la storia e magari ripescarne i dischi migliori del passato.

(02/09/2011)

  • Tracklist
  1. Ash Gray Sunday
  2. Door Into Summer
  3. Revelator
  4. Crawlspace
  5. Black Rose Way
  6. Reflections
  7. Tomorrow Changes
  8. Low Life
  9. Anita Grey
  10. Last Words
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