Ogni giorno, verso sera, ti prepari a questo rituale: ti dirigi alla fermata del 5, intabarrato dentro sciarpa e cuffia perché a Roma è tornato il gelo, pronto a sgomitare con le decine di studenti e lavoratori che come te cercano di tornare a casa, sperando di trovare un posto a sedere sui vecchi tram dell'ATAC. Nell'attesa infili la mano nella giacca, estrai il walkman e scegli la colonna sonora dell'imminente, scomodo, viaggio verso casa.
Questa volta ti sei preparato con anticipo. La Land Of Decay – l'etichetta di Locrian – ha dato alle stampe un nuovo lavoro, in un certo senso un'opera di archeologia industriale: si tratta, infatti, del recupero e della ristampa di una vecchia cassetta persa nel tempo di Sun Splitter, gruppo statunitense proveniente da Chicago, che gravita nell'orbita degli stessi Locrian.
Già ti sei fatto un'idea di quello che ti aspetta: un concentrato poco ortodosso di metal e rumorismo, forse l'ennesima rivelazione targata Land of Decay, magari il prossimo disco in vetrina della sezione dark di OndaRock.
Intanto il 5 arriva, emerge come ogni giorno dalla curva prima della pensilina, i tuoi compagni di viaggio iniziano a predisporsi strategicamente lungo la piazzola per poter salire per primi, fai i dovuti scongiuri perché già sai che, anche oggi, non troverai posto a sedere e fai partire "Cairn Of Old Eyes".
La rivelazione, se c'è, non arriva. Sembra essere tornati a quindici anni fa, quando, adolescente, non ti perdevi un'uscita in ambito death metal. Sì. perché questi Sun Splitter suonano come un incrocio tra le vecchie band death metal americane anni 90, certo hardcore/crust a stelle e strisce dai toni marcatamente cupi, con l'aggiunta di una sguaiata attitudine power electronics che emerge dall'utilizzo delle voci, o meglio, delle urla.
Sei riuscito a salire. Il 5 è partito. Sei schiacciato tra un paio di studenti e la porta a vetri del tram. Anche oggi ce l'hai fatta. Dovresti, faticosamente, raggiungere casa nel giro di trenta minuti. Ti esilii volontariamente dall'ambiente circostante e dai tuoi, forzati, compagni di viaggio grazie alle cuffie del walkman.
"II" è un'opera particolarmente sporca, putrida, volutamente "ignorante", fieramente "ottusa". Ottusa perché Sun Splitter – a differenza dei più noti colleghi di etichetta – non è interessato agli sperimentalismi oggidì in voga tra gli accoliti del metal estremo. Rimangono saldamente ancorati al passato. A ben vedere i nostri amici statunitensi non lesinano attestati d'amore verso quelle commistioni di death metal e doom metal che sanno rendere il suono particolarmente opprimente, granitico, soffocante. A tratti sembra di riconoscere qualcosa di Godflesh. Te li immagini come una versione rallentata degli His Hero is Gone: là dove c'erano le classiche bordate hardcore in your face, qui si rimesta tra sabbie mobili di chitarre volutamente statiche ed opprimenti accompagnate da un growling ferale.
È vero, non sei più un quindicenne. Certi suoni non ti appartengono più. Un tempo bastava l'attacco di un riff suonato in un certo modo per mandarti in visibilio. Oggi questo non accade più. Quel riff oramai non riesce a infervorarti come un tempo. Però questa volta, complice il gelo e la scomodità dell'ennesimo viaggio attraverso le arterie metropolitane di Roma, ti sei divertito di nuovo. Perché alla fine Sun Splitter è come un tuffo nel tuo passato di adolescente. E se sei predisposto al viaggio, allora "II" non sembra chiedere altro.
27/02/2011