Workhouse

The Coldroom Sessions

2011 (Hungry Audio) | post-gaze, dark-wave

A far conseguire agli oxfordiani Workhouse lo status di uno tra i "segreti meglio conservati" della musica inglese degli ultimi anni ha senz'altro contribuito il loro schivo modo di porsi nei confronti del mercato discografico, ma decisiva è stata in tal senso la scarsa frequenza delle loro uscite, che nel volgere di un decennio ha prodotto appena tre album, intervallati da periodi di pausa lunghi come quello separa il loro terzo lavoro dal precedente "Flyover" del 2006.
Questa volta la prolungata attesa è stata determinata anche dalla scomparsa di Rich Haines, ingegnere del suono che aveva registrato i precedenti due album della band e al quale "The Coldroom Sessions" è doverosamente dedicato.

Quanto questo abbia influito sulla realizzazione del nuovo disco non è agevole stabilirlo, ciononostante risulta abbastanza evidente come l'equilibrata miscela tra vortici shoegaze, caliginoso piglio dark-wave e crescendo vagamente "post-" per la quale la band si è sempre contraddistinta si presenti in "The Coldroom Sessions" in maniera parzialmente diversa rispetto al passato.
Fin dal binomio iniziale "Fading Fast"-" Stalker" si intuisce come il suono dei Workhouse sia nel frattempo andato incontro a una processo di progressiva rarefazione, che traduce la persistenza dei feedback in scie astrali al tramonto, i cui riverberi caldi e nostalgici continuano a essere attraversati da ritmiche asciutte e tenebrose.
Non è più il tempo delle grandiose aperture del debutto "The End Of The Pier" e nemmeno delle cattedrali post-wave di "Flyover", poiché l'attuale formula dei Workhouse tende sì a farsi più eterea e sognante, ma al contempo a ripiegarsi su se stessa, soffocando piuttosto che esprimendo una tensione che invece resta sempre latente, quasi repressa.

Mentre le cadenze rallentate di "Drag Queen" sanciscono il definitivo avvicendamento tra impeto e contemplazione, del resto già intuibile nel primo dei quattro brani nei quali si affaccia il timbro vocale tenebroso e petermurphyano del bassista Chris Taylor - la breve "Last Time We Saw The Stars", le cui chitarre assumono sembianze jangly per disegnare inediti scenari di aria limpida e frizzante - una relativa leggerezza connota anche le altre due "canzoni" "The Whistler" e "Seen Sometimes", diluendone le atmosfere cupe attraverso un lieve flusso melodico, che tuttavia scorre via senza particolari sussulti.
Si direbbe che il meglio "The Coldroom Sessions" lo riservi per il finale, annunciato dalle vibrazioni e dai riverberi di "Over The Prairie" e dal pianoforte e dalle statiche saturazioni ambientali di "And We Watched The Waves". La conclusiva "Rock And Roll" e il successivo outro strumentale che la porta a una durata superiore agli otto minuti rappresentano infatti una rideclinazione delle cavalcate della band inglese secondo la sua attuale sensibilità, più sfumata rispetto al passato ma ancora capace di offrire validi spunti di decadente romanticismo, coniugando effetti chitarristici avvolgenti e frammenti melodici dal misurato gusto retrò.

Tante più celebrate band attuali, in fondo, hanno costruito le loro fortuna su formule non dissimili e non certo più originali (un nome su tutti: gli Interpol), mentre i Workhouse continuano, con i loro tempi, a produrre musica che potrebbe ridestare piacevoli sensazioni in chi, ormai molto tempo fa, ha amato tanto i suoni della Factory quanto lo shoegaze più dilatato. Probabilmente "The Coldroom Session" non è il loro album più coinvolgente e ispirato, ma le sue innegabili qualità di base possono essere più che sufficienti per invogliare alla scoperta della loro musica e, chissà, cominciare a sottrarla a quel cono d'ombra che pure ne costituisce la collocazione ideale per mood e sonorità.

 




The Whistler

(26/09/2011)

  • Tracklist
  1. Fading Fast
  2. Stalker
  3. Last Time We Saw The Stars
  4. Drag Queen
  5. The Whistler
  6. Seen Sometimes
  7. Over The Prairie
  8. And We Watched The Waves
  9. Rock And Roll
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