Neneh Cherry & The Thing

The Cherry Thing

2012 (Smalltown Supersound) | jazz

Quando si dice "le affinità elettive". E no, non c'entra assolutamente niente il romanzo capolavoro di Goethe, a parte il titolo. È però talmente tangibile, talmente forte l'intesa spirituale che anima la collaborazione tra Neneh Cherry e il trio avant-jazz The Thing che è impossibile pensare a una definizione più adatta per descrivere, seppur alquanto sbrigativamente, l'idea alla base del lavoro. Neneh Cherry, più o meno, la conosciamo tutti: figlia adottiva di Sua Altezza Don Cherry, tra i padri del free-jazz, col quale ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, è poi approdata in Inghilterra durante gli sconvolgimenti (post-) punk, ed entrata nei suoi meccanismi, affiancando alcune delle più significative (e sottovalutate) compagini del periodo, dai Rip Rig & Panic passando per i New Age Steppers. 
È però con la sua carriera solista, a cavallo tra anni 80 e 90, che la Nostra giunge a meritata e globale popolarità, rilasciando tre album che ne hanno evidenziato il talento di intelligente e creativa diva hip hop/R&B, in un percorso che è culminato con il duetto assieme al musicista senegalese Youssou N'Dour, nella straordinaria "Seven Seconds". Poi, il silenzio, un timidissimo rilancio a fianco dei suoi CirKus (misconosciuta band trip-hop) e, infine, "The Cherry Thing".

Indubbio che ai più (e anche a chi scrive, fino a poco tempo fa) il nome del trio The Thing, capeggiato dall'estroso e visionario sassofonista Mats Gustafsson, non dirà niente; è probabile però che gli estimatori più incalliti di Don Cherry e dei suoi discepoli riconoscano in esso una delle eccellenze del nuovo corso del free-jazz, quello che ha preso le mosse da una figura di tale peso e che poi si è evoluto in mille rivoli diversi, tra cui quello esposto dal trio svedese-norvegese, che ha accentuato l'elemento improvvisato del suono da cui ha tratto spunto e su di esso ha costruito un itinerario sonoro di enorme rilevanza.
E sicuramente si tratta di una carriera che, con quest'ultimo progetto, potrebbe approdare a una vera e propria consacrazione, tra i nomi che contano nel settore anche al di fuori della cerchia di estimatori, nomi che si contano davvero sulle dita di una mano.

Dicevamo insomma, delle "affinità elettive"; e come potrebbe essere altrimenti, quando sotto la stima comune che lega gli artefici della collaborazione per la figura di Cherry (da segnalare che i tre prendono il nome da una sua composizione) questi ultimi scavalcano ogni divergenza artistica e stilistica che poteva tenerli lontanissimi una dagli altri, e arrivano ad una comunione negli obiettivi che è davvero cosa rara, in un'epoca in cui la frammentarietà è davvero all'ordine del giorno.
Non che Neneh sia nuova nel cimentarsi con materiale distante da quanto è stata solita sfoderare nel corso della sua carriera pluriventennale, mancava però all'appello un disco in cui si abbandonasse completamente all'anima black delle origini, ai suoni che avranno costituito parte integrante della sua infanzia e che qui riemergono in tutta la loro straordinaria potenza, ben separati dall'essere un semplice tributo ad un bagaglio a suo modo importante.

Nelle sette cover, più un brano inedito (l'iniziale, suadente "Cashback", che volentieri paga pegno alla vena soul dei trascorsi solisti della Nostra, in una prova vocale capace di presentarla come navigata e irruente blueswoman), che plasmano "The Cherry Thing", i quattro dell'Apocalisse si avvalgono di tutta l'esperienza acquisita nel procedere degli anni e attualizzano con modalità del tutto insospettabili brani che a loro modo hanno fatto storia, tant'è che ciascuna delle riletture riesce a fare capitolo a sé, pur in un disegno unificatore che le accomuna grossomodo tutte quante.
Quindi, se pensate di trovarvi di fronte all'ennesimo album di cover testimone di un'assoluta mancanza di idee, vi sbagliate di grosso, che qui di idee non solo ce ne sono a fiotti, ma sono anche di squisito livello. Se mai avete immaginato a come avrebbero potuto suonare gli Stooges di "Dirt", tra i più libidinosi e carnali passi del loro repertorio, in un'inedita chiave unplugged (non priva della carina luciferina che caratterizza l'originale), nella versione qui proposta potrete trovare risposta al vostro quesito, nelle continue intersezioni tra voce e improvvisazione musicale che ben tiene testa alla forza inaudita del brano di partenza.

Ma questo non è niente, o meglio, è solo un piccolo assaggio di quanto si può gustare in questo piccolo-grande scrigno di tesori. Dagli omaggi a due grandi ugole del gentil sesso (Martina Topley-Bird nel sublime rimaneggiamento di "Too Tough To Die", che potrebbe diventare uno splendido singolo hard-rock se non fosse per le ovvie, lontanissime scelte stilistiche; Asha Puthli, vocalist per Ornette Coleman, in "What Reason", in cui magiche effusioni d'Oriente circondano lo spasmodico portamento della melodia) a richiami a gloriosi rappresentanti della wave ("Dream Baby Dream", firmata Suicide, talmente trasfigurata nella sua appassionata resa armonica che quasi ci si dimentica dell'asciuttezza propria dell'autografo Rev/Vega), piuttosto che a sentitissimi elogi della personalità ispiratrice dell'intera iniziativa ("Golden Heart", indiscutibile vertice dell'opera, in cui il trio dà sfoggio di quanto potenziale era ancora rimasto nascosto in una rivisitazione del Cherry degli albori, in un suono che si fa aspro, scheletrico, ma sempre densissimo), ce n'è di pane, per i denti di ogni ascoltatore.

Raffinato, eppure non privo di una misteriosa rabbia, il nuovo lavoro di Neneh la vede muoversi con la più assoluta leggerezza nei fittissimi meandri tessuti da Gustafsson e soci, svelando angoli nascosti di un timbro vocale tra i più duttili e preziosi della musica contemporanea. La classe non è acqua, ma cela un leggero retrogusto di ciliegia.

(22/08/2012)

  • Tracklist
  1. Cashback
  2. Dream Baby Dream
  3. Too Tough To Die
  4. Sudden Movement
  5. Accordion
  6. Golden Heart
  7. Dirt
  8. What Reason
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