Amanda Palmer

Theatre Is Evil

2012 (8 Ft.) | songwriter

La cantantessa e pianista Amanda "Fucking" Palmer, a partire dal primo parto post-Dresden Dolls, “Who Killed Amanda Palmer”, non è rimasta con le mani in mano. Nel 2009 co-scrive una pièce ispirata al “Diario di Anna Frank” e al classico pop di Mangum “In An Aeroplane Over The Sea”, nel 2010 c’è stato il (sottovalutato) progetto Evelyn Evelyn, in coppia con Jason Webley e un Ep di cover dei Radiohead, nel 2011 è arrivato il suo disco “australiano” e minore “Goes Down Under”. Infine nell’anno in corso i Flaming Lips del disco d’ospitate “And Heavy Fwends” la vogliono come sostituta a Erykah Badu per la cover di Roberta Flack “The First Time Ever I Saw Your Face”, dopo che la Badu lamentava un video a corredo troppo pornografico e ingannevole (la sorella compariva al suo posto a sua insaputa), sapendo di trovare nella bianca cantante newyorkese una poser perfettamente disinibita.

Soprattutto - forse la cosa più appariscente - la cantante si è proposta al pubblico come una delle artiste più social di sempre: sue le anticipazioni e promozioni via Twitter fin dall’epoca del disco di debutto, per non parlare dell’uso di Facebook e degli apprezzatissimi scatti via Instagram. Forse proprio una sorta di genuino abuso o di eccessiva fiducia in questi nuovi mezzi l’ha spinta a chiamare a raccolta musicisti fan di tutto il mondo a suonare con lei in senso itinerante, tappa dopo tappa del suo tour, ma retribuendoli solo a suon di “birre, gadget e abbracci”. La conseguente polemica ha visto persino Steve Albini agitarle contro - a torto o ragione - una fondamentale mancanza di serietà, con sostanziosi passi indietro da parte della cantante (vedi nostra news in data 20 settembre).

Quello che è certo è che il nuovo “Theatre Is Evil” (lo stesso titolo è stato messo ai voti via blog, ndr) la propone come eroina dei nuovi media, con la propria backing band - la Grand Theft Orchestra - il proprio produttore a lei assoggettato, la propria immagine rifinita, un “boss” al femminile.
In effetti, se il punto di vista è quello della polpa dell’opera (la seconda a tutti gli effetti dopo questi episodi di transizione), il procedimento adottato dalla Palmer suona davvero analogo a quello del Bruce Springsteen del periodo “Born In The Usa”: un esercizio di nobilitazione di melodie e refrain basilari che ha del grandioso e dell’egocentrico. La più acuminata, “Grown Men Cry” (del tutto affidata ai sintetizzatori senza pianoforte), affoga sussurri e grida della performer in guazzabugli tecnologici affini al pop mainstream da diva. Così per la riduzione melodica del suo miglior cabaret di “Lost”, per il risalto struggente d’aria operistica del trip-hop di “Bottomfeeder”, le bordate di synth di “Want It Back” (risolte nella classica cantilena da punkette nostalgica dei Dresden Dolls).

Più carne e sangue emergono dal gustoso punk-pop di “Olly Olly Oxen Free”, la solenne “Smile”, che velocizzata sarebbe un buon act da tabarin parigino, e che più che un preludio pare un gran finale d’opera rock, la versione circense foxcore riot grrls della rimaiola “Do It With a Rockstar”, l'emulazione dell'anthem power-pop di "My Sharona" dei Knack di "Melody Dean".
I suoi classici soliloqui piano-voce, a differenza del disco predecessore, stavolta rimangono un po’ indietro. Gli archi sono troppo invadenti in “Trout Heart Replica”, quasi una bestia orfica da domare a più riprese per la voce, mentre il valzer in punta di dita di “The Bed Song”, confessione-fiume solitaria, è il punto in cui la baldanza maschia dell’opera implode in un vuoto statico.
Un’altra direttrice dell’album è quella data dall’autrice folkish. Lo strumentale marciante di “A Grand Theft Intermission” ne è l’ouverture, virtualmente un saggio della tavolozza sonica Goran Bregovic-iana a disposizione della Palmer. Quindi “Berlin”, il tour-de-force del disco: dapprima un lento retrò che è più un’oasi fatata che si nutre di un nulla cosmico, quindi music-hall espressionista isterico.

Confezione onnisciente che non risparmia nulla, d’elettronica uber alles, per un disco che vale quanto i doppi album del passato, non tanto per la durata ma per i tempi comodi, lo sforzo intellettivo che non si limita a ripetersi, lo stile intricato, insistente. Dalla sezione ritmica spaccatimpani, ai filtri per la voce, alle ovvie tastiere, al computer programming, persino ai campioni, e poi le orchestre dirette da Jheref Bischoff (archi e corni in pompa magna), ha più valenze di musical di Broadway che di band allargata, meno ospitate di lusso e più turnisti malleabili, una risultante che percorre la mediana artistoide della sua persona. Sono tutte canzoni-ingranaggi che bene o male intrigano esplorando i sentimenti più veri e dolorosi. Prodotto da John Congleton, di nuovo in Australia (Sing Sing Studio), che ha sostituito Ben Folds, pur entusiastico della nuova piega della cantante. La "Meow Meow" che introduce l'ascolto è l'avatar dell'amica Melissa Madden Gray, danzatrice e cabarettista itinerante (e di nuovo australiana).

(08/10/2012)

  • Tracklist
  1. Meow Meow Introduces the Grad Theft Orchestra
  2. Smile (Pictures or It Didn’t Happens)
  3. The Killing Type
  4. Do It With a Rockstar
  5. Want It Back
  6. Grown Men Cry
  7. Trout Heart Replica
  8. A Grand Theft Intermission
  9. Lost
  10. Bottomfeeder
  11. The Bed Song
  12. Massachusetts Avenue
  13. Melody Dean
  14. Berlin
  15. Olly Olly Oxen Free
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