Asia

XXX

2012 (Frontiers) | prog-pop-rock

Diciamolo subito: gli Asia sono a mio parere uno dei più grandi bluff della storia del rock. Alcuni dei più talentuosi artigiani del progressive riuniti assieme che propongono da trent'anni la crème di quello che gli addetti ai lavori amano chiamare AOR (album-oriented rock), dal nome del formato radiofonico che lo contraddistingue oltreoceano: il rock da classifica, da stadio e da radio, il rock di consumo. Insomma, l'opposto del prog, colto a tutti i costi.
Melodie pompate, pacchianerie e tanto ritmo: questa la formula che il supergruppo - nelle fila del quale si sono alternati un sacco di grandi nomi, non ultimi Greg Lake e John Payne - propone da sempre, senza aver mai voluto provare a variare. Su questi sentieri, gli Asia hanno partorito del tutto occasionalmente alcuni tra i classici di miglior gusto (su tutti "Heat Of The Moment" e "The Heat Will Go On"), mentre nella maggioranza dei casi hanno miseramente fallito nel tentativo di lasciare un segno, se non con i costanti, cospicui (e scontati) risultati di vendita.

Questo nuovo lavoro - tredicesimo in studio e di due anni successivo ad "Omega", nonché il terzo con il quartetto originario Wetton (King Crimson)/Howe (Yes)/Palmer (Atomic Rooster, ELP)/Downes da "Alpha" del 1983 - si muove (ovviamente) sulle stesse, identiche coordinate, divenute ormai un marchio di fabbrica per la band. Ci troviamo così davanti ai soliti radio anthems all'insegna di melodie orecchiabilissime e rari e occasionali orpelli nostalgici, come "No Religion", memore di Hall & Oates, "Judas", che rimanda al Bryan Adams più scontato e "Face On The Bridge", tentativo moderno con tanto di coretti à-la-Coldplay. Non mancano nemmeno i classici lenti finto-romantici - fra cui la sdolcinata "I Know How You Feel" e "Faithful", in cui pare di ritrovarsi davanti al Midge Ure di "Breathe" et similia - e qualche dolente sintomo di senilità, come l'imbarazzante "Al Gatto Nero", il cui ritornello in maccheronico italiano riesce al massimo a suscitare un sorriso.

A emergere dal fango sono invece due ottimi episodi (precedente già comune in altri lavori degli Asia), ovvero l'iniziale prog-pop di "Tomorrow The World", con tanto di introduzione strumentale che lasciava ben sperare, e la bellissima "Bury Me In Willow", vera e propria gemma nel deserto, forte di una melodia fresca e pastorale e di un ritornello appiccicoso e dolcissimo, e di un'interpretazione vocale da parte di Wetton (apparso comunque in gran forma e assistito, c'è da scommetterci, da molta tecnologia) toccante ma spensierata. A far loro compagnia, la conclusiva "Ghost Of A Chance", unico assaggio di puro prog in cui la chitarra di Howe riesce ancora a suscitare un vago ricordo di quelle emozioni cui era impossibile resistere ai tempi degli Yes.

Giunti in chiusura, la domanda che si poneva dal primo momento freme per trovare una risposta piuttosto scontata: che cosa può avere ancora da dire una band che da ormai trent'anni (anniversario di cui l'album è corredo, come intuibile dal titolo) propone la stessa musica, incapace di evolversi, eccezion fatta per qualche rara e non sempre riuscita variazione sul tema (il binomio "Aqua"-"Aria")? Assolutamente nulla di nuovo, qualcosa che non mancherà di esaltare nuovamente i fan di lunga data, con l'ormai solito buon potenziale commerciale e con gli (altrettanto usuali) tre pezzi da novanta immersi in un oceano di miele e faciloneria.
E a conti fatti, ci tocca accontentarci di questo: ormai sessantenni, i quattro paiono non risentire per niente dell'età. La loro musica non evolve né involve, non migliora né peggiora, non rischia e non azzarda oltre i suoi usuali cliché, riuscendo così a preservarsi intatta. Questi sono gli Asia, lo sono sempre stati e tali resteranno: prendere o lasciare. Noi, personalmente, preferiamo la seconda.

(22/07/2012)

  • Tracklist
  1. Tomorrow The World
  2. Bury Me In Willow
  3. No Religion
  4. Faithful
  5. I Know How You Feel
  6. Face On The Bridge
  7. Al Gatto Nero
  8. Judas
  9. Ghost Of A Chance
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