Azita

Year

2012 (Drag City) | songwriter, art-rock

Azita Youssefi e il suo pianoforte: una carriera attraversata insieme, come amici inseparabili che si intendono alla perfezione, a cui ormai basta una semplice occhiata, un gesto indistinto, per riuscire a captare gli intenti dell'altro. Una metafora, quella dell'immedesimazione nel proprio strumento, che suona da tempo come un logoro cliché; nondimeno, se c'è qualcuno che può con pieno diritto fregiarsi di avere un rapporto d'elezione col proprio strumento, i tasti bianchi e neri estensione naturale delle proprie dita, quella è senz'altro la musicista di Chicago.
E sebbene i trascorsi da terrorista sonica con altre reiette sue compari siano oramai passati da un bel pezzo, è lo stesso fuoco interiore, la stessa voglia di mettersi alla prova e sperimentare con la materia sonora, che anima la tempra della cantautrice, la quale senza ansia da pubblicazione giunge al suo sesto album in poco meno di venti anni di curriculum professionale. Un album con cui, finalmente, scendere a patti con le stravaganze di una teatralità serpeggiante e lasciar loro carta bianca, consentendone la massima libertà di espressione.

Non che l'istinto lirico della polistrumentista, nell'evolversi della carriera, sia parso comunque refrattario ad istintivi ammiccamenti al mondo del teatro. Dai lapidari sketch di un tutto sommato interlocutorio “Detail From The Mountain Side”, alla peculiare ricerca vocale promossa in “How Will You?” e “Life On The Fly”, il suo repertorio ha ripetutamente intrapreso la strada di un cantautorato scenografico e sgargiante, in cui frullare jazz, avanguardia e impulsi pop in un pastiche maliardo e prezioso.
Con “Year”, disco che parrebbe quasi uscito in fretta, considerati gli standard tutt'altro che prolifici dell'artista, quest'approccio si fa semplicemente più calibrato, finalizzato all'ideazione di un ciclo di canzoni, che pongono il proprio estro al servizio di un contesto in cui far fiorire del tutto la verve attoriale. Composta come colonna sonora per una piéce d'avanguardia di Brian-Torrey Stott, con cui aveva già collaborato in passato, la mezz'ora del lavoro mostra un'Azita che se possibile, riesce ad essere ancor più autenticamente Azita, lasciando presagire che la struggente apologia della solitudine di “Disturbing The Air” rimarrà un affascinante unicum in tutta la sua carriera.

E' un disco talmente calato nella sua funzione che già la struttura pare gridare il ruolo a cui è destinato. La ripresa, a mo' di sipario che cala, del ritornello dell'introduttiva “Opening” nelle pieghe più jazzy di “Closing” (i titoli sono tutti un programma), la variabilità stilistica e d'ispirazione, appropriata nel suggerire diverse ambientazioni e stati d'animo, la pienezza negli arrangiamenti (un pugno di strumentisti la accompagna stavolta) realizzano un'intelaiatura sonora in perenne mutamento, volta più a impressionare per la bellezza del dettaglio che per l'unitarietà del progetto.
Di fatto, è nella misura dei brani singoli che la Youssefi esterna ancora una volta tutta la classe che la contraddistingue: trascinanti cadenze vaudeville (“Ice”, che tiene testa alla grinta di una “Things Gone Wrong”), violacei goticismi in odor di coralità (“Finale”), finanche una lunga e inaspettata deviazione piano-dub, stemperata in una sinistra coda dissonante (“Something That Happened”),   parlano di una musicista che dopo un ventennio trova ancora lo stimolo per confrontarsi, per saggiare se stessa oltre ogni prevedibile aspettativa.

E nonostante più classiche ballate dal taglio rock (classiche ma mai pedisseque; si veda il buon fiuto melodico di “It's Understanding”, o il crescendo emotivo di “Out And Around”) convivano piuttosto forzatamente in una scaletta fin troppo salterella nelle soluzioni, quest'anno condensato in soli trenta minuti esibisce l'ennesimo brillante quadro di un'artista, che anche con un pizzico di auto-indulgenza in più rispetto al passato tira delle zampate che mancano da anni a sue colleghe ben più blasonate. Un tassello forse estemporaneo, ma tutt'altro che piatto, per un percorso in continua evoluzione.

(17/11/2012)

  • Tracklist
  1. Opening
  2. Forgetting
  3. Passengers
  4. Ice
  5. It's Understanding
  6. Out And Around
  7. Something That Happened
  8. Finale
  9. Closing
Azita su OndaRock
Recensioni

AZITA

Disturbing The Air

(2011 - Drag City)
Arrivata al quarto album, la cantautrice di Chicago si propone nella sua veste pił sinistra ed essenziale ..

AZITA

How Will You?

(2009 - Drag City)
Terzo disco per la cantantessa di Chicago, un ciclo di cantate a mo' di parabola costernata

Azita on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.