Balmorhea

Stranger

2012 (Western Vinyl) | chamber-post-rock

La sfida del cambiamento, si sa, è sempre particolarmente ambiziosa e difficile, soprattutto per artisti e band le cui forme espressive sono state, nel corso di un periodo di tempo più o meno breve, tanto efficaci quanto chiaramente tipizzate.
Non desti allora stupore che tale ardua intrapresa riguardi oggi i Balmorhea, dopo quattro album dei quali almeno i tre più recenti chiaramente contraddistinti da suggestioni cameristiche, interpretate con acuta sensibilità cinematica.

Non che in “Stranger” la band texana, nel frattempo evolutasi in sestetto grazie all’ingresso del percussionista Kendall Clark, scompagini del tutto il proprio compunto stile espressivo, che tanti emozionali paesaggi di chitarra o pianoforte e archi ha regalato nel breve volgere di un triennio. Tuttavia, la distanza fisica tra i due componenti principali della band – il pianista Bob Lowe e il polistrumentista Michael Muller, nel frattempo trasferitosi a New York – ne ha divaricato i processi creativi, ampliandone al tempo stesso la sfera di interesse verso uno stile compositivo più ragionato, nel quale gli elementi essenziali che avevano incorniciato gioielli come “Rivers Arms” e “All Is Wild, All Is Silent” vengono diluiti in un contesto più articolato, parimenti legato alle ascendenze post-rock degli esordi e proteso verso l’evoluzione di quanto, nel pur ottimo “Constellations”, poteva destare il sospetto di un appiattimento verso codici espressivi tanto consolidati quanto ancora affascinanti.

Dunque, i dieci brani di “Stranger” non sconvolgono lo stile espressivo dei Balmorhea, bensì lo arricchiscono di una serie di elementi, in parte rinvenibili nell’omonimo esordio, in parte radicalmente nuovi. A ciò avrà forse contribuito la registrazione del disco presso i tortoisiani studi Soma Electronic di Chicago, ma sta di fatto che, fin dai quasi nove minuti dell’iniziale “Days”, in “Stranger” si respira un’aria parzialmente diversa rispetto al recente passato della band: loop chitarristici, synth e ritmiche pronunciate delimitano da subito il perimetro entro cui si collocano le nuove composizioni dell’ensemble texano, che non rinuncia a descrivere scorci paesaggistici ma racchiude l’essenza del lavoro in un’equilibrata miscela di residue delicatezze acustiche e poderose progressioni elettriche.

Chitarre elettriche e percussioni pronunciate prendono così via via il posto che un tempo fu di placidi arpeggi acustici e romantiche pièce pianistiche, coniugando passato e presente della band nelle trasfigurazioni lounge di “Fake Fealty” e di “Pyrakantha” e nell’imprevedibile deriva prog nella quale sfociano i sette minuti di “Artifact”.
Sia chiaro, la cesura col recente passato non è così netta, tanto che anche in “Stranger” non mancano saggi di pregevole descrittivismo desertico, tuttavia anche in tali residui episodi (“Masollan”, “Pilgrim”) tutto sembra scorrere senza particolari scossoni emotivi, come guidato da un pilota automatico, in grado quanto meno di assicurare il livello minimo delle suggestioni alle quali i Balmorhea avevano abituato nel corso degli ultimi, eccelsi lavori.

Quanto ciò sia determinato da una congiuntura logistica passeggera o da una precisa scelta di indirizzo espressivo saranno, come sempre, soltanto gli sviluppi futuri a provarlo; intanto, “Stranger” può se non altro reputarsi un accettabile rappresentante di quella categoria dei “dischi di transizione”, tanto di sovente chiamata in causa dalla critica.
Ce ne fossero, in fondo, di transizioni come questa, nonostante dai Balmorhea sia legittimo pretendere qualcosa di più rispetto alle tiepide emozioni evocate nel corso degli (ultronei) cinquantaquattro minuti di "Stranger".

© Tutti i diritti riservati.

(04/10/2012)

  • Tracklist
  1. Days
  2. Masollan
  3. Fake Fealty
  4. Dived
  5. Jubi
  6. Artifact
  7. Shore
  8. Pyrakantha
  9. Islet
  10. Pilgrim


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