Geoff Barrow / Ben Salisbury

Drokk: Music Inspired By Mega-City One

2012 (Invada) | elettronica

Geoff Barrow è uno dei personaggi più influenti della scena musicale odierna: un terzo del trio delle meraviglie Portishead e con loro co-fondatore del trip-hop, proprietario della label Invada, improvvisatore e sperimentatore in ambito elettronico con il progetto BEAK>, abilissimo e richiestissimo produttore (Coral, Horrors e Anika fra gli altri) di recente votatosi anche all'hip-hop con un nuovo progetto, i Quakers. Ciò che mancava al suo personale e foltissimo curriculum era un album da solista, qualcosa che ne manifestasse appieno gli indecifrabili caratteri sonori. Ciò che molti avevano sperato avvenisse in questo nuovo lavoro, che risulta invece essere l'ennesimo fuoripista verso un nuovo orizzonte.

Prima di tutto, iniziamo col dire che "Drokk" non è un album di Geoff Barrow, ma una collaborazione tra questi e il compositore Ben Salisbury, attivo per lo più nel mondo delle colonne sonore - e in realtà questo disco è a tutti gli effetti una soundtrack, nell'approccio alla materia compositiva tanto quanto nella struttura. La storia è la seguente: nel 2010 Barrow e Salisbury si incontrarono per comporre le musiche destinate a un film che avrebbe dovuto essere una trasposizione cinematografica della popolare serie di fumetti "Judge Dredd". Il film non fu mai realizzato, ed ecco che i due decidono di selezionare una piccola parte dei brani provenienti da quelle sessions (in particolare, quelli composti per le scene ambientate nella città stato di Mega-City One, come rivelatoci anche dal sottotitolo) e pubblicarli in un album, che è appunto questo "Drokk".

Sterile raccolta di fondali sonori, quindi? Niente affatto. Pomposa e magniloquente soundtrack in grado di evocare sensazioni? Nemmeno. Ciò che spiazza, considerando le carriere di entrambi gli artisti, infatti, è la tipologia di sonorità che l'album presenta. "Drokk", infatti, è una raccolta di astrali e gelide pièce elettroniche dal sound vintage, puramente analogico e marcatamente seventies.
A tornare in mente per primi, durante l'ascolto, sono gli alfieri di questo sound, Klaus Schulze in primis e i successori Kraftwerk, veri e propri plasmatori di quello che sarebbe divenuto uno standard valido per tutti i 70 e parte degli 80, in grado di contagiare scene come lanew wave (i vari Human League, Wire, Tuxedomoon, ma anche gli Ultravox di "Vienna" e il John Foxx di "Metamatic"), il synth-pop degli albori (Jean-Michel Jarre su tutti), ma anche gli stessi corrieri cosmici (basti pensare ai Tangerine Dream di "Cyclone"). Un canone sonoro che era già stato applicato alle colonne sonore, prima ancora che dai fasti proprio dei Tangerine Dream post-kraut, da uno dei pionieri dell'epoca, spesso dimenticato o non abbastanza considerato: Evangelos Odyssey Papathanassiou, meglio noto come Vangelis. Perché, alla fine, il riferimento primo di quest'opera pare essere proprio lui, nella sua veste più "selvaggia" (quella, per esempio, dei capolavori "Albedo 0.39" e "Spiral"). Un trend peraltro tutto fuorché raro, in questi anni, quello del recupero del "vecchio" analogico, metabolizzato in maniera superba per esempio dall'ultimo progetto proprio di John Foxx ("Interplay").

Ma, tornando all'album, non ci sono a dire il vero brani così sviluppati o originali da riuscire a sovrastare gli altri e a emergere: non c'è, sia nel sound che nei titoli, un "main theme", non un brano provvisto della minima forma di umanità sonora, ma solo un'insuperabile e rassegnata desolazione - un sentore artificiale che pervade e satura il mood - gestita da Barrow e Salisbury, per l'occasione travestiti da androidi. Basti per questo pensare ai sussurri sonori dell'iniziale "Lawmaster/Pursuit", al dronico incedere della languida e raggelante "Exhale" (forse il pezzo migliore del lotto), alla minimale astrazione dell'onirica "Inhale", o ancora al matematico tabula-rasa di "The Men Who Never Learned". Il Vangelis "scultore sonoro" fuoriesce prepotentemente nelle due metà di "Helmet Theme", l'unico brano provvisto di linea melodica e il solo possibile candidato al ruolo di tema centrale (enorme la similitudine con "End Titles" di "Blade Runner") e nella reprise di "Miami Gunman", mentre il Jean-Michel Jarre più concreto e il John Foxx più estremo sono le fonti sonore animatrici di prodotti quali la ciclica "Titan Bound", l'ermetica "Iso-Hymn" e l'ipnotico semi-tribale "End Theme".
Il resto dell'album si assesta sugli stessi lidi, composti di piccole miniature analogiche, spigolose e astratte, alle volte più rumorose, in altri casi placide e rassegnate.

"Drokk" non è di certo l'album che ci si attendeva da Geoff Barrow, né tantomeno la "solita" colonna sonora significativa solo se unita alle immagini per le quali è composta. È un'opera la cui paternità è invero di difficile attribuzione, lontana anni luce dai sentieri (già numerosissimi) da lui percorsi in precedenza e altrettanto dallo stile romantico e ancorato alla visione tipico di Salisbury.
Un pastiche di mini-architetture complesse e nostalgiche, algide e rassegnate, più apprezzabili per l'incredibile e curatissima ricerca sonora che per una particolare valenza musicale. L'appuntamento con la scoperta del vero Barrow può considerarsi rimandata, ma nel frattempo possiamo godere al meglio del suo lato di minuzioso chimico del sound.

(28/04/2012)

  • Tracklist
  1. Lawmaster/Pursuit
  2. Helmet Theme
  3. Titan Bound
  4. 301-305
  5. Justice One
  6. Scope The Block
  7. Exhale
  8. Council Of Five
  9. Puerto Luminae
  10. Miami Gunman
  11. Eagle
  12. Clone Gunman
  13. Inhale
  14. Iso Hymn
  15. 2T[fru]T
  16. Dome Horizon
  17. The Men Who Never Learned
  18. Helmet Theme (Reprise)