Battles

Dross Glop

2012 (Warp) | elettronica, math-rock

Il secondo capitolo della saga Battles, "Gloss Drop", era stato in grado - grazie soprattutto al rinnovamento del sound della band, dovuto principalmente all'uscita dal gruppo del camaleontico tuttofare Tyondai Braxton - di non sfigurare oltremodo nei confronti di quel "Mirrored" che li aveva lanciati nell'apogeo della scena math-rock, nonostante la schiera dei detrattori fosse non poco affollata. Abbandonando le numerose sfaccettature stilistiche (spiccatamente prog) ruotanti attorno al perno math del loro debutto, in "Gloss Drop" la band era riuscita a dar vita a un sound sicuramente meno sperimentale ma più genuino e compatto, risultante in una minore varietà compositiva ma, al tempo stesso, in uno sviluppo musicalmente più personale ed uniforme. A ciò ha corrisposto però un'evidente e indiscutibile "semplificazione sonora" in grado, se non di eliminare, quantomeno di ridurre notevolmente quella sorta di barriera gelida tipica del math-rock e in perenne contrapposizione nei confronti qualsiasi tentativo di decifrazione del canone sonoro.

Per questa ragione l'uscita di quest'album di remix, pubblicato prima sotto forma di quattro Ep in vinile e poi riunito su compact disc (quest'ultima vera e propria "tradizione" di casa Warp), risulta sin dall'inizio essere una grande occasione: per l'etichetta, per la band (come già detto, non furono pochi i detrattori di "Gloss Drop") ma soprattutto per coloro che si sono imbarcati nell'impresa di cimentarsi nella rivisitazione dei brani, la cui occasione di poter "rialzare" il livello di un album discusso e in grado di spaccare in due critica e fan era ghiotta e imperdibile.
Fra di loro spiccano nomi importantissimi, alcuni dei quali veri e propri guru della scena elettronica: primo fra tutti l'ex-Cluster Hans-Joachim Roedelius, nascosto sotto l'invero non irriconoscibile né particolarmente orignale moniker di Qluster e accompagnato da Onnen Bock; poi ancora due fra i nuovi alfieri della scena tech-house (Gui Boratto e Axel Willner aka The Field, punte di diamante della Kompakt Records), il re mida della dubstep Kode9, lo storico produttore hip-hop e beatmaker di Eminem The Alchemist, l'ultima giovane promessa di casa Warp Hudson Mohawke e Brian DeGraw, leader di una delle band di punta della scena avant-rock americana come gli istrionici Gang Gang Dance.

Insomma, un cast a dir poco stellare dal quale era lecito attendersi molto più di un compitino ben riuscito. L'operazione, nel suo complesso, può definirsi tutto fuorché riuscita. Non si può difenderla con l'argomentazione esposta sopra del "muro" (proprio per la "semplificazione" di "Gloss Drop") né con l'ammissione di avere di fronte dodici ottimi manifesti di manierismo sonoro, perché gli episodi dell'album in grado di riuscire quantomeno ad onorare i nomi dei loro autori si contano sulle dita di una mano.
È il caso, in primis, di "Africastle", dove il maestro Kode9 riprende in mano il brano dilatandolo tra sezioni di pura house dal retrogusto acido, incursioni in un'ambient-dub inquieta e una valanga di campionamenti dall'originale, piazzati un po' ovunque, come parte della sezione ritmica, di quella melodica o come puro fondale. Anche Roedelius fa il suo, placando gli impazziti ritmi tribali della scheggia "Dominican Fade" in un onirico quadretto strumentale molto più memore delle sue incursioni new age che dei trascorsi kraut: una buona rivisitazione, personale ma lungi dall'eccellenza. Infine, il talentuoso Hudson Mohawke riesce, con leggere e dolci pennellate di rifinitura, a movimentare lo statico delirio di "Rolls Bayce" in un piccolo saggio di maestria digitale. Ma qui, purtroppo, finiscono le buone notizie. I restanti revamp viaggiano infatti all'insegna, ciascuno, o della copia carbone o dell'esercizio di stile, presentando in gran parte anche una certa monotonia.

Il variegato esplosivo di "Wall Street" viene decomposto e ricomposto da Boratto rimuovendone ogni forma di tensione: quel che prima era caos programmato, artificiale, diviene ora naturale marcetta melodica dall'incedere quasi danzereccio di jarrettiana memoria, e i continui cambi di tempo sono sostituiti da un beat looppato in 4/4. Insomma, un totale svuotamento di tutte le peculiarità dell'originale, sostituite da un canonicissimo pezzo per dancefloor. Sull'ovattata math-dance di "Sweetie & Shag" interviene invece The Field, trasformandola in un'ipnotica distesa dream-techno non distante dalla drone e piuttosto monocorde: dell'originale solo il campionamento del "respiro" posto in apertura, per il resto si ha a che fare con un'altra composizione, per di più ben poco brillante.
All'eclettico pastiche avant-dance di "Futura" tocca invece subire il trattamento di The Alchemist, che crolla dal versante opposto ai due predecessori: a modificarsi qui è solamente il beat (la sua specialità), riluttante di innocuo hip-pop in rimando vintage che poco c'entra con il resto, mentre la struttura del brano viene mantenuta in tutto e per tutto, persino nel ritmo. Lo stesso problema si può imputare alla versione di "Sundome" a firma Eye Yamataka dei Boredoms, che già aveva collaborato nella versione dell'album e nulla aggiunge qui.
Non lasciano il segno nemmeno le scariche rapa cura di Shabazz Palaces in "White Electrics", né i violenti lampi acid-house di DeGraw a coprire quasi del tutto il già pessimo math-pop assurdista di "Ice Cream" (benché il remix finisca per superare l'originale, a cui va però la palma di peggior brano sia di "Gloss Drop" che di tutta la carriera dei Battles).

In conclusione, se già "Gloss Drop" era stato in grado di dividere le schiere fra chi (come il sottoscritto) lo considerava un ottimo seguito al bellissimo esordio, nonché l'avvio di una fase di carriera diversa ma in grado di suscitare eguale interesse, e coloro i quali invece vi avevano visto la morte creativa del terzetto americano, questo "Dross Glop" è a tutti gli effetti un buco nell'acqua, un'occasione gettata al vento soprattutto dalla maggioranza delle parti attive (gli artisti coinvolti) ma di conseguenza anche dalla band. Una raccolta spenta di scialbi e svogliati inediti o di fotocopie malriuscite degli originali.

(25/04/2012)

  • Tracklist
  1. Wall Street (Gui Boratto Remix)
  2. Sweetie & Shag (The Field Remix)
  3. Futura (The Alchemist Remix)
  4. White Electric (Shabazz Palaces Remix)
  5. Africastle (Kode9 Remix)
  6. Inchworm (Silent Servant Remix - edit)
  7. Toddler (Kangding Ray Remix - edit)
  8. Dominican Fade (Qluster Remix)
  9. Ice Cream (BDG#Gang Gang Dance Remix)
  10. Rolls Bayce (Hudson Mohawke Remix)
  11. My Machines (Patrick Mahoney and Dennis McNany Remix)
  12. Sundome (Eye Remix)
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