Beach Boys

That's Why God Made The Radio

2012 (Capitol) | sunshine pop

Per i fan dei Beach Boys, e più in generale per i cultori della golden age della musica rock, questa è davvero un'estate molto particolare. Sono trascorsi infatti ben vent'anni da "Summer In Paradise" (1992), ovvero dall'ultima volta in cui la stagione estiva è stata scandita dalle note di un disco inedito della leggendaria formazione americana che, per decenni, ha celebrato il mito dell'estate. Se vogliamo ritrovare in un precedente album dei Beach Boys la presenza di Brian Wilson, il genio melanconico che nel corso degli anni Sessanta ha evocato l'immaginario dell'endless summer con il potere della musica, dobbiamo risalire indietro addirittura al 1985. Fino all'estate scorsa, nessuno avrebbe mai immaginato che i due cugini fondatori del gruppo, Brian Wilson e Mike Love, in età avanzata e con molti dissidi alle spalle, si sarebbero riconciliati e riuniti ai compagni sopravvissuti (gli altri due membri fondatori, i fratelli Dennis e Carl Wilson, sono scomparsi rispettivamente nel 1983 e nel 1998), per consegnare alla storia un nuovo capitolo della saga californiana, questa volta con ogni probabilità quello conclusivo.

"That's Why God Made The Radio", uscito ad inizio giugno in concomitanza con il tour che celebra il 50° anniversario dalla nascita del gruppo, rappresenta l'epilogo ideale di un'avventura intrapresa nello scenario fanciullesco di un'estate californiana che sembra tanto lontana dalla nostra epoca, ma che sopravvive ancora nell'immaginario collettivo, nei sogni del rock. Il mondo arcadico della golden summer californiana non appartiene infatti alla realtà storica, bensì alla fantasia poetica, e in quanto tale continua ad essere attuale nella stessa coscienza del distacco, come perenne sogno nostalgico di un'età dell'oro perduta da sempre, e da sempre rievocata. Dagli esordi giovanili alle soglie della vecchiaia, la California musicale dei Beach Boys non è una regione geografica, ma una regione della psiche, un luogo immaginale fatto della materia dei sogni e dei miti, una "Neverland" percorsa da quell'implacabile sentimento di nostalgia che un grande filosofo definiva come il "dolore della vicinanza del lontano" (la California è "The Nearest Faraway Place", secondo il titolo di una canzone dei Beach Boys). In questo scenario, l'estate è la stagione che, nella modernità, assume le stesse connotazioni mitiche che nel mondo antico erano associate alla primavera, la bella stagione ciclicamente ritrovata e tragicamente perduta, l'eterna fanciulla fugace celebrata nella poesia e nel canto popolare.

Prodotto da Brian Wilson e registrato negli studi della Capitol Records, proprio come nella stagione d'oro del gruppo, "That's Why God Made The Radio" non può che essere un ulteriore inno all'estate e al tragico sogno californiano, un'ultima variazione sul tema costante che, dai tempi del capolavoro "Pet Sounds", trascorre a quelli del recente e acclamato concept album "That Lucky Old Sun", con il quale "That's Why God Made The Radio" rivela alcune affinità, soprattutto nella sezione conclusiva.
In collaborazione con Joe Thomas, e in qualche caso con il contributo supplementare di Mike Love, Brian Wilson è l'autore di quasi tutte le dodici nuove canzoni, oltre che l'interprete vocale di una buona metà. Gli altri due storici membri della formazione, Al Jardine e Bruce Johnston, non hanno credits di songwriting e partecipano soltanto con le voci, come in "Pet Sounds", mentre il chitarrista David Marks - Beach Boy perduto per strada nel 1963 e recuperato in occasione della reunion - è preposto alla chitarra di alcune tracce. L'album registra anche il contributo di Jeffrey Foskett, Darian Sahanaja, Scott Bennett e Paul Mertens, talentuosi musicisti e preziosi collaboratori di Wilson nella stagione più florida della sua carriera solista, rilanciata con il discreto album "Imagination" (1988) per giungere fino alle vette di "That Lucky Old Sun" (2008), passando per la rivisitazione live di "Pet Sounds" (2002) e per il coraggioso recupero di "Smile" (2004).

Il sodalizio tra Brian Wilson e Joe Thomas ha un precedente significativo proprio nella realizzazione di "Imagination", album dal quale viene presa in prestito qualche idea musicale, come nel ritornello di "The Private Life Of Bill and Sue", che ricorda (sin troppo) da vicino quello di "South American". Risale al periodo di "Imagination" l'origine stessa della title track "That's Why God Made The Radio", una canzone che rende un tributo al potere mitopoietico della radio nell'era del rock and roll, e che è stata pubblicata a fine aprile come singolo apripista dell'album.
La maggior parte delle canzoni che compongono il nuovo album è stata scritta nell'ultimo anno, ma insieme alla title track spiccano anche altre due eccezioni: "Daybreak Over The Ocean" è una traccia riesumata dall'esordio solista di Mike Love ("First Love" del 1978, mai uscito ufficialmente), ed è qui presente in una successiva versione registrata nel 2004, finora rimasta anch'essa inedita; mentre l'idea primigenia della traccia finale, "Summer's Gone", risalirebbe alla seconda metà degli anni 90, al periodo compreso tra la morte della madre di Brian e quella del fratello Carl. La canzone è stata arrangiata da Brian Wilson soltanto in tempi recenti, e comprende (oltre a quello di Thomas) anche il credit inaspettato di Jon Bon Jovi, che si trovava presso gli studi durante le sessions, e ha contributo in alcune battute.

"That's Why God Made The Radio" non è propriamente un concept album, e non viene presentato come tale, ma ha una sua relativa coerenza strutturale; in particolare, nel nesso tra introduzione e conclusione, riproponendo la stessa formula che troviamo nei recenti album solisti di Brian Wilson, non soltanto in "That Lucky Old Sun" ma anche in "Reimagines Gershwin".
Accompagnata dal pianoforte, scandita da vibranti armonie vocali che si rincorrono come il vento e le onde, da vocalizzi senza parole che risuonano come echi polifonici di un lontano passato, "Think About The Days" è una mistica invocazione alla musa, allo spirito della musica, e riveste la stessa funzione di prologo di "Our Prayer" in "Smile". "Think About The Days" è un'introduzione di pregio, ma purtroppo non abbastanza valorizzata nel legame con il brano successivo. La title track "That's Why God Made The Radio" infatti, pur essendo di buon mestiere, e considerata dallo stesso Wilson come uno dei brani di punta del nuovo album, risulta troppo compassata, non riesce a decollare musicalmente, né a commuovere con i versi.

Più riuscite sono invece "Isn't It Time", che rievoca i vecchi tempi senza cedere troppo alla nostalgia e strizzando l'occhio agli anni Ottanta di "Getcha Back", e la sognante "Spring Vacation", impeccabile nell'impianto delle strofe, affidate al registro più basso della voce di Mike Love, sostenuta dalle voci più alte degli altri Beach Boys, che confluiscono nell'euforico ritornello. Anche se la canzone perde un pò di quota con la rima auto-citazionista "spring vacation/good vibrations", che risulta artificiosa e ridondante. La successiva "The Private Life Of Bill And Sue" è un brano che trascorre senza lasciare il segno, una versione scialba di "South American". Ma ci si consola subito dopo con l'avvolgente "Shelter", la traccia migliore della prima parte dell'album. Sospesa tra il canto di Brian Wilson nella strofa e il falsetto di Jeffrey Foskett nel ritornello, "Shelter" traduce il mood di "Don't Worry Baby" in chiave contemporanea, dimostrando come cinquant'anni dopo Wilson sia ancora capace di costruire brillanti trame vocali pur restando al passo con i tempi.
"Daybreak Over The Ocean", scritta e interpretata da Mike Love, è una ballata sentimentale senza eccessive pretese, ma che risulta gradevole, con la chitarra acustica ed i cori aggiunti alla versione registrata da Love nel 2004. Passando per la trascurabile "Beaches In Mind", di cui si poteva fare più efficacemente a meno, "Strange Word" è la traccia più colorita dell'album, l'ultima esuberante, e sembra risentire più di ogni altra della recente ebbrezza disneyana di Brian Wilson, reduce da "In The Key Of Disney" (2011).

Con le ultime tre canzoni, parti di una suite che inizialmente ne prevedeva ben sei, si giunge alla sezione conclusiva, la più intensa e profonda dell'album. La struttura complessiva di questa parte si rivela equivalente a quella di "That Lucky Old Sun", in cui troviamo nell'ordine: una canzone che oscilla tra rimpianti e speranze ("Midnight's Another Day"); quindi, la reprise del leitmotif iniziale, che introduce un penultimo brano, "Going Home"; infine, il tramonto di "Southern California", con cui cala il sipario, come in "Caroline No".
"From There To Back Again", concepita da Brian Wilson per essere affidata alla voce suadente di Al Jardine (forse la voce migliore tra i Beach Boys dopo la morte di Carl), è una splendida ballata da ascoltare prima che giunga l'ora del tramonto, in uno degli ultimi soleggiati pomeriggi di agosto. Presagito dalla reprise del motivo di "Think About The Days", il tramonto sopravanza poi con "Pacific Coast Highway" ("sunlight's fading and there's not much left to say") che, insieme con la finale "Summer's Gone", è la traccia più intimamente wilsoniana dell'album. Giunti a questo punto, Brian Wilson non è soltanto l'autore e l'interprete vocale, ma anche qualcosa in più: assume per la terza volta il ruolo attanziale dell'eroe tragico, comune all'opera giovanile "Pet Sounds" e alla senile "That Lucky Old Sun". La toccante "Pacific Coast Highway", un ultimo tributo alla terra dei sogni baciata dall'oceano, occupa lo stesso posto e riveste la medesima funzione strutturale di "Going Home" in "That Lucky Old Sun": il protagonista - avvolto da un coro che ora assume lo spessore di un vero e proprio coro tragico - anela nostalgicamente a tornare a "casa", alla terra madre, al luogo originario dal quale è provenuto: "Sometimes I realize/ My days are getting on/ Sometimes I realize/ It's time to move along/ And I wanna go home". La breve canzone sprofonda poi in un corale "goodbye" carico di presagi, che sarebbe sin troppo riduttivo ricondurre alla morte biologica che sopraggiunge con la vecchiaia. Il simbolismo tragico del richiamo verso casa non è infatti legato esclusivamente alla vecchiaia: possiamo riconoscere la stessa pulsione edipica anche dalla prospettiva giovanile di "Pet Sounds" ("let me go home/ I wanna go home..."), rivelando un relativismo temporale e una complessa coincidenza inconscia tra puer e senex, tra il luogo d'origine e la meta estrema, tra l'inizio dell'estate e la sua fine.

Scelta in un primo momento come title track dell'album, "Summer's Gone" è stata concepita da Brian Wilson per essere l'ultima canzone nell'ultimo album dei Beach Boys, e non avrebbe potuto trovare migliore collocazione. "Summer's Gone" è già predestinata ad entrare tra le pagine più memorabili della produzione di Brian Wilson, ed è anche la traccia che riscatta l'album dai suoi inevitabili limiti, travalicando gli stessi limiti di età dei suoi protagonisti. Forse perché nel profondo è una canzone senza tempo, come "I Just Wasn't Made For These Times", e presenta un soggetto senza età, come "Caroline No", la traccia equivalente di "Pet Sounds".
La canzone appare magicamente, con un effetto di fade, dopo un suono tintinnante che acquista il potere evocativo di uno strumento sciamanico, capace di squarciare alla fine il "velo di Maya", di rompere l'incantesimo, di invocare quella pioggia che sopraggiunge al termine, come il rumore del treno in "Caroline No". Ma la stessa bacchetta magica che determina il risveglio potrebbe ricondurre ad un'altra dimensione di sogno ancora più profonda, al sogno di un eterno fanciullo. Nelle cadenze arpeggiate della canzone riecheggiano quelle di "Caroline No", laddove "Summer's Gone" è ancora più prossima ad una fiabesca ninna-nanna, emozionante nella sua disarmante semplicità. Il canto della vecchiaia di Brian Wilson riporta segretamente alla fanciullezza e all'infanzia. Non solo a quella biografico-individuale, ma a quella collettiva. "Summer's Gone" sembra l'episodio più autobiografico dell'album ma, come nelle grandi opere tragiche, è anche l'opposto: è il brano più universale, quello in cui l'"io lirico" del protagonista esprime il dramma collettivo che accomuna l'essere umano in ogni tempo e luogo ("we laugh, we cry/ we live then die/ and dream about yesterday").

"Summer's Gone" è una variante su un motivo perenne, che si trova nell'antico canto popolare, nella musica folk, e nella moderna popular music, e che si ritrova anche nella golden age del rock and roll. Il motivo della tragica fine dell'estate era infatti ricorrente, sin dal titolo, in molte delle canzoni adolescenziali che, tra gli anni 50 e 60, anticiparono la produzione dei Beach Boys: si potrebbe ricordare, ad esempio, la "Summer's Gone" del giovane Paul Anka, uscita nel 1960, appena qualche mese prima che i Beach Boys esordissero con "Surfin".
Il titolo che finora mancava nella discografia dei Beach Boys, "Summer's Gone", è sempre stato un leitmotif latente, semi-inconscio, contenuto nel suo opposto apparente. La stagione che fugge è l'equivalente simbolico di un'eterna fanciulla, quella che agli esordi dei Beach Boys assumeva le sembianze di una solare "Surfer Girl", ma di cui già traspariva l'ombra in canzoni come "Lonely Sea" e "Surfer Moon", rivelanti precocemente il volto fugace e notturno della stessa fanciulla, che tra un brano e l'altro poteva assumere il nome di Wendy o di Caroline. Il suo eterno compagno, sospeso tra giovinezza e vecchiaia, è sempre il medesimo eroe tragico: il vecchio Brian Wilson, che piange la fine dell'estate adottando una tipica immagine poetica di melanconia saturnina ("summer's gone/ I'm gonna sit and watch the waves") è quello stesso genio fanciullesco che sognava la "Surfer Girl" nell'introversa solitudine di "In My Room", l'eroe iniziatico che in "Caroline No" scopriva il volto del tempo, tenuto segreto in "Wouldn't It Be Nice".

L'ultima traccia dell'ultimo album dei Beach Boys, epilogo della saga californiana, è allora in qualche modo anche la prima: il risveglio della summer gone è contenuto nello stesso sogno dell'endless summer, e viceversa, in una congiunzione ideale di passato e futuro, fugacità ed eternità. L'estate si rivela senza fine soltanto nella reiterazione ciclica della perdita originaria ("summer's gone, gone like yesterday"), nell'eterno ritorno all'uguale ("one day begins/ another ends/ I live them all and back again"). E in fondo anche quest'estate - con la sua colonna sonora d'eccezione - è già fuggita, ancora una volta, da sempre.

(23/07/2012)

  • Tracklist
  1. Think About The Days
  2. That's Why God Made The Radio
  3. Isn't It Time
  4. Spring Vacation
  5. The Private Life Of Bill And Sue
  6. Shelter
  7. Daybreak Over The Ocean
  8. Beaches In Mind
  9. Strange Word
  10. From There To Back Again
  11. Pacific Coast Highway
  12. Summer's Gone 
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