Messe in soffitta le spesse coperte shoegaze che ammantavano di tenebra sognante "A Brief History Of Love" e nascoste sotto il letto con un lesto colpo di scopa le dissonanze pulviscolari che si insinuavano piacevoli e perverse tra le pieghe di "Dominos" o "Velvet", la band decide infatti di denudare le teste fino a ieri ombrosamente incappucciate per lasciarsi inondare lo sguardo dalle luci ipnotiche di un electro-pop rutilante e ben lucidato, tutto synth iper-romanticizzati e ritmi voluttuosi, nel quale la componente ballabile, per quanto già sottesa alle vecchie incisioni, diviene decisamente più preponderante e sistematica.
Il gruppo aveva parlato in recenti interviste di precisi orientamenti r'n'b e hip hop (abbastanza presenti in un pezzo dall'assetto più soul-funk come "Give It Up", tra i risultati indubbiamente più compiuti), eppure quel che ne salta fuori, al di là di basi e pattern maniacalmente elaborati, è alla fin fine un compromesso non troppo convinto tra primi Klaxons, Mgmt e M83 più recenti (dal romanticismo stinto di "The Palace" o di "1313", per ultimi baci su un pista da ballo ormai vuota, fino alla consistenza forse troppo caramellosa di "Rubbernecking" e "Jump Music").
E se pezzi come "Stay Gold", "Lose Your Mind" (non male) o "(Hit The Ground) Superman" attuano a loro modo un poco fantasioso ritorno sul luogo (ormai desolato) del delitto - nella fattispecie quella "Dominos" che tanto lustro aveva saputo donare al gruppo - il resto del programma non riesce quasi mai a stupire o a toccare corde troppo profonde. A spiccare sono allora principalmente i pezzi più introspettivi e dal passo melanconico, su tutti il dittico finale costituito da "Future This" e "77".
"Future This", c'è da scommetterlo, saprà far strage di cuori sui dancefloor europei più affollati, a suon di remix e mash-up da sangue al cervello, eppure l'impressione è che il prezzo da pagare per una gloria siffatta abbia imposto al gruppo una concessione forse troppo blanda alla più euforica vacuità.
(16/01/2012)


