Burzum

Umskiptar

2012 (Byelobog Productions) | black metal

Dopo il discreto "Fallen", che ha mostrato il rinvigorirsi della linea compositiva dell'artista norvegese, ci troviamo dinanzi a una nuovissima uscita che rischia d'incrinare la nuova immagine stilistica creatasi di recente. "Umskiptar" (traducibile in italiano come "metamorfosi") vuole essere fondamentalmente un'opera d'interpretazione letteraria, che prende forza e passione da uno dei poemi epici più importanti della cultura scandinava, il "Völuspá".
Qui si raccolgono le vicissitudini di una veggente evocata da Odino affinché gli fosse rivelata la completa conoscenza del destino e dei misteri primigeni. Tra la narrazione di guerre e profezie si arriverà al climax lirico del ragnarok, la guerra degli dei, che porterà alla morte l'Universo. Da qui seguirà poi una rinascita, una nuova Età dell'Oro, un'immagine poetica assoluta, ripresa più e più volte dalla successiva visione romantica.
La bellezza e il pericolo di voler intrecciare tali narrazioni nella propria opera musicale sono la chiara forza emotiva che, se non intrecciata a dovere con le note e sorretta da una struttura altrettanto poderosa, potrebbe schiacciare o peggio appiattire l'espressività generale del disco. Purtroppo quest'ultima eventualità ha preso il sopravvento nel lavoro di Varg Vikernes, che si ritrova a soffrire di uno strano senso di alienamento, di sotto-vuoto emotivo.

Il trittico d'inizio è emblematico di tutto il disco. Tra delicati giri di pianoforte, l'intro soffusa, l'incedere lento e marziale di chitarre mai veramente taglienti, siamo dondolati nervosamente tra elenchi di nomi e voci narranti rauche e sussurranti. Il black-metal delle origini è ormai del tutto desaturato e scomparso dentro una produzione rigida e cristallizzata.
Le successive "Hit Helga Tré" e "Aera" tentano un avvicinamento, una velocizzazione, ma si esauriscono in una semplice ripetizione, in un tiro a vuoto nel cielo notturno. Sarà la negromantica poesia "Heiðr", nella sua brevità, a risollevare il tessuto espressivo dell'opera: breve e cupa, riesce a suscitare un'atmosfera noir a lume di lampada a petrolio.
Ma è la successiva "Valgaldr" a rappresentare il primo episodio rilevante. Seppur malinconica e prolissa, mostra sfumature melodiche e corali che si intrecciano nella rabbiosa disperazione di una canzone dei caduti (questa la traduzione esatta). La voce di Varg è ora rassicurante, poi straziata e rigida nella sua marzialità, muovendosi dentro questa composizione di otto minuti con una certa teatralità.
"Galgviðr", insieme a "Gullaldr", costituisce infine il cuore di questa messinscena meta-letteraria. Qui la retorica e la forma narrativa tracimano dalle note, avvolgendo ogni elemento. L'energia evocativa è facilmente percepibile, i ritmi e i vocals sono centellinati con attenzione maniacale, ma qualcosa non funziona.

Siamo di fronte a uno studio di accompagnamento musicale piuttosto che a un'interpretazione vera.
Tra i numerosi vuoti compositivi che mostrano una certa monotonia sono innestate alcune perle che derivano la propria bellezza dall'amore per il "Völuspá" e le sue origini, ma a livello musicale non vi è stato un lavoro autentico di rielaborazione, ma solo una derivazione di quanto fatto nelle opere precedenti molto più focalizzate e centrate nei propri concept.
"Umskiptar" si mostra, in sintesi, come una rischiosa interruzione di quella che sembrava una ritrovata creatività dell'artista norvegese. Nella sua continua rincorsa produttiva ha probabilmente tralasciato parte della sua identità e, soprattutto, parte della sua forza immaginifica.

(03/06/2012)

  • Tracklist
  1. Blóðstokkinn
  2. Jóln
  3. Alfadanz
  4. Hit Helga Tré
  5. Æra
  6. Heiðr
  7. Valgaldr
  8. Galgviðr
  9. Surtr Sunnan
  10. Gullaldr
  11. Níðhöggr
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