Confusional Quartet

Confusional Quartet

2012 (Hell Yeah) | alt-rock, jazz-rock

Il Confusional Quartet (Marco Bertoni, Enrico Serotti, Lucio Ardito, Gianni Cuoghi, tutti di Bologna) è forse il gruppo più importante della new wave italiana. Sebbene non sia mai andato oltre al semplice divertissement in formato breve, il gruppo passerà comunque alla storia per il suo primo disco omonimo del 1980, una pietra miliare del rock italiano tutto. La loro miscela - interamente strumentale con qualche campione parlato (notevole il proclama fascista sul futurismo in “Guerra in Africa”) - prende abbrivio dalla musichetta da supermercato, dagli stacchi televisivi, dal varietà italico, dai suoni dei videogiochi, e ne fa un pastiche sia cubista sia demenziale.
Nella loro frenesia si affacciano elementi di jazz-rock sperimentale, di danza moderna Pere Ubu-iana resa fischiettabile, di passi umanoidi Residents-iani resi piacioni, di sovratoni elettronici alla Devo improntati all’iconoclastia ridanciana. Tutto è stilizzato nella loro goliardia alienante, come se i quattro avessero preso solo il mero lato estetico della questione e ne avessero estratta un’essenza sconosciuta.

L’eccezionalità di quest’album è subito palese, tanto che gli Ep che ne seguono tradiscono una precoce mancanza di brillantezza, e la loro storia temporaneamente si chiude. Nel 1981 Bertoni, invero il dominatore del loro suono, realizza con Gianni Gitti il mini “18/8/81”, contenente la colonna sonora di un progetto multimediale dedicato a Roman Polanski, con strumentali ibridi soprattutto basati su piano da cabaret riprocessato e spezzoni campionati. Nel 1990 improvvisa col chitarrista Serotti un disco aleatorio basato su frammenti di nastri di voci, “New Machine Voice”.
Solo nel 1999 l’uscita dell’antologia riassuntiva “Confusional Quartet” (Elica) e anni dopo il cofanetto “Made in Italy 1978-1982” (Astroman, 2009) risveglia nell’underground la passione per il dadaismo non-sense. La Trovarobato ne diventa esponente di spicco, arrivando a produrre i vicentini Eterea, forse i veri allievi del quartetto. Anche il mondo della dance alternativa li tributa a distanza con un remix - a cura degli Scuola Furano - di “Guerra in Africa” (2005).

Nel 2010, spinti anche dall’atmosfera di ritorni (notevoli i Franti in questo senso) finalmente i quattro si riuniscono e riprendono a provare in studio, ma “Italia Calibro X” (Ansaldi, 2011), per lo più registrato in presa diretta sulla base di quelle session, non ha lo stesso fuoco d'invenzione dell'esordio: pur con un uso sistematico dei campioni e dei timbri debosciati dei Residents, e uno scaltro jamming jazz-rock, è solo un’onesta prova di riscaldamento da sottofondo che quasi tralascia la stilizzazione virulenta di un tempo.
Nel 2012 arriva la nuova prova dei quattro, probabilmente il vero seguito del mitico disco d’esordio, così come esemplificato dalla sincopata e programmatica “Futurfunk”, a sabotarne lo scherno originario attraverso un’inedita solennità appena incupita. In ogni caso, a tratti sembra davvero di risentire la loro proverbiale frenesia: il synth-samba di “Kursaal”, l’assolo per androide nel mezzo della danza spasmodica di “Forza dell’abitudine”, lo swing-metal di “One Nanosecond in Tunisia”, il nastro trasportatore di figure sardoniche a tempo di trotto di “Sensosan”.

Un’altra band, maggiormente alle prese con lo spirito da laboratorio, emerge in “Verme”, di nuovo una cartolina del passato che rimembra le atmosfere da automi dell’esordio, ma impiantate su un esoso poliritmo di batteria e chitarra-basso. Lo stesso, ma in negativo, avviene in “Ritmo Speed”, uno scollamento tra motivetto (sciapo) e caos brasileiro (pepato), per il twist autoparodistico di “Amaricante” e il mambo di “Orazio”, poi scivolante in una fantasia elettronica. I lavori solisti di Bertoni fanno capolino invece nel numero charleston di “Cani alla menta”.

Spregiudicatezza controllata e una punta d’orgoglio si alternano in un disco (solo il terzo in trent’anni tra quelli lunghi, ed è il quarto omonimo) che attraversa episodi da ricordare - da aggiungere alla lista delle loro sburre - e numeri meccanici, allungati da suonar prevedibili. Una voglia incontenibile di ritmo e una turbina di produzione a cura dei quattro più “Ragno” Favero (non troppo giusta quando impesta i momenti di gracile sarcasmo), un suono granitico che spinge di quel tanto la barriera dell’impegno giocherellone di tre decenni prima. In “Futurfunk”, anche uscito come singolo apripista, c’è lo zampino di un altro seguace, l’elettro-punkster Cornelius Rifo (Bloody Beetroots).

(23/10/2012)

  • Tracklist
  1. Futurfunk
  2. Kursaal
  3. Cani alla menta
  4. One Nanosecond in Tunisia
  5. Verme
  6. Ritmo Speed
  7. Forza dell’abitudine
  8. Sensosan
  9. Amaricante
  10. Orazio
  11. Newnewwave
 
 
 
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