Gareth Davis & Frances-Marie Uitti

Gramercy

2012 (Miasmah) | modern classical, dark ambient

Edito dalla temibile Miasmah – difficile non averne notato l’ultimo mostro a quattro teste di Kreng – “Gramercy” è un'altra intensa esplorazione negli anfratti più scuri dell'animo umano: a farci da impassibile guida sono una luminare e una giovane promessa della sperimentazione contemporanea. In prima istanza Frances-Marie Uitti (no introduction needed), devota avanguardista del violoncello e protetta di casa ECM, della cui rivoluzionaria tecnica a doppio arco sanno ormai tutti, come anche dei grandissimi compositori che le hanno dedicato opere inedite – qualche nome da capogiro: Nono, Kurtág, Scelsi, Radulescu – avendone riconosciuto il talento e la rara visione artistica. Al suo fianco il versatile clarinettista Gareth Davis, che dal repertorio novecentesco all'odierna ambient si è costruito un solido background di collaborazioni e commissioni prestigiose.

Sin dai primi fruscii dell'arco pare di risprofondare negli abissi a suo tempo sondati dai Black Tape di Sam Rosenthal: ma a quei solenni cerimoniali si sostituisce qui una sorta di epitaffio, accorato quanto può esserlo un bel poema inciso nella pietra. Una volta tanto, in effetti, non sa di forzatura chiamare in causa i poeti maledetti, lo spleen che così copiosamente riemerge dai cupi scenari interiori di “Gramercy”.
La Uitti incide le corde con una perizia simile a quella di Richard Skelton, benché con maggior tensione ad accentuare le dissonanze; i due archi riescono a far vibrare il suono in modo pervasivo, ammantando l'ignoto spazio profondo punteggiato dagli spettrali baluginii dei fiati. Spesso il collega Davis privilegia i tenebrosi registri del clarinetto basso – qualche intenditore ricorderà la “Lamentatio Jeremiae Prophetae” di Peter-Anthony Togni (ancora ECM) – mentre nelle occasionali apparizioni dell'Alto si intrecciano fugaci reminiscenze yiddish, parimenti sommesse e malinconiche.

Il fulcro espressivo del disco corrisponde alla sua sezione centrale, dove la quarta e quinta traccia formano un dittico particolarmente tormentato: in “Cold Call” il respiro soffocato dello strumento di Davis attraversa il silenzio, sussulta e rimbomba in modo raggelante, introducendoci al più lungo e inquieto "Detour"; l'aumento di tensione è sottile, quasi impercettibile sino agli ultimi minuti, dove il duo scongiura il suo approccio ermetico abbandonandosi, come risvegliato da un fuoco sacro (anzi, decisamente profano), a un'esplorazione sonora più audace.
Meno interessanti invece gli ultimi due episodi, che ribadiscono una formula le cui potenzialità si erano già espresse nei primi quaranta minuti, e la cui ripetizione ribadisce senza ulteriore minuzia le funeree visioni dei suoi interpreti. Nel complesso, però, “Gramercy” ha il pregio di avanzare su binari ben definiti formando un corpus unitario e di sicuro effetto, almeno per chi frequenta il ramo dark ambient.
Astenersi ottimisti e deboli di cuore.

Nell'edizione in doppio vinile sono presenti due tracce aggiuntive, “East 21st Street” e “Static”.
Per completezza si aggiunga che l’artwork è stato curato da Erik K. Skodvin e il mastering da Nils Frahm.

(10/12/2012)

  • Tracklist
  1. 2 am
  2. Felt
  3. Smoke
  4. Cold Call
  5. Detour
  6. Razor
  7. Stained
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