Dust

Kind

2012 (Tomobiki) | rock

Parliamo della fame di emergere, di farsi sentire, di uscire dal solito giro, di provare a parlare a qualcuno in più della cerchia di amici e a farsi ascoltare da qualcuno in più di tutti quelli che, oltre che ascoltatori "consapevoli", sono blogger, sedicenti giornalisti, esperti e opinionisti. Proviamo finalmente a fare un disco che chiunque possa ascoltare, come una volta facevano le grandi band rock. Tutte queste cose saranno forse passate per la mente dei Dust, uno dei gruppi giovani (l'età dei membri si aggira sui ventitrè anni) ormai più in vista di Milano e dintorni, passati dall'autoproduzione dell'acerbo "Tuesday Evenings" alla collaborazione con Matteo Cantaluppi (The R's, Bugo, Canadians) per la produzione di questo Ep, "Kind", che a tutti gli effetti rappresenta l'ingresso dei sei  - numero magico - nel mondo dei grandi.
Inevitabile che, alla prima esperienza in studio, si lasciassero prendere la mano: chi conosce e ha apprezzato i loro live così misurati, calibrati - in ossequio ai maestri del rock da sommelier, i Wilco - faticherà a riconoscere il wall of sound del singolo di lancio, "Ink-Loaded Love". Ma bando alle ciance: in "Kind" il rock non è più roba per intellettuali, un lavoro certosino da completare con l'aiuto di qualche guru dell'elettronica o dei servigi di un esotico polistrumentista; è musica che trabocca, che sporca, che sbrodola, ma che, nel bene e nel male, non lascia mai dubbi.

Aldilà di soluzioni che non suonano sempre freschissime - certe alternanze quiet-loud ad esempio, o l'eccessivo "rigonfiamento" di alcune parti di chitarra - che, ci si augura, verranno superate una volta che i Dust prenderanno davvero le redini del proprio sound, si tratta di un vero e proprio balzo in avanti dal punto di vista compositivo. Per chi conosce il gruppo, impeccabile dal vivo quanto ancora irrisolto e impacciato nella scrittura, sarà piuttosto sorprendente questa inanellata di brani, nei quali le innegabili doti di musicisti dei giovanissimi sei trovano finalmente un compimento.
L'alchimia tra classic rock anni 70, solo lievemente rinfrescato da nuove passioni (National oltre a Wilco), blues e uno spirito pop-rock che ammicca al grande Padrino Weller viene qui declinata senza strappi: non siamo ancora alla definizione di uno stile, forse, ma perlomeno alla personalità per fondere i propri riferimenti più importanti. Grande tiro fin dall'inizio, in quella "O My Mind" che forse è la più roboante, massiccia, ma che ospita gli accorgimenti di arrangiamento - quello per mandolino è un numero dessneriano - che più su "Kind" danno la misura dei mezzi ancora non del tutto espressi del gruppo. Altro passo poco felice è la prima parte di "Collapse Of Art", la cui scolasticità di ascendenza Nick Cave è però ribaltata dall'inaspettata tirata hard-blues a metà brano, in cui i Dust dimostrano di saper plasmare la sostanza dei propri pezzi, pur nella canzone più incompiuta del disco.

Sorte migliore ha il cambio di "Never Defined" (il pezzo più welleriano), anche se è la ballata - che saprà far ondeggiare più di qualche boccale - di "Still Hiding, Still Trying" a conquistare, forse, il posto del cuore.
Insomma una piccola pietra miliare per un gruppo che aveva bisogno di dimostrare di saperci fare anche in sala di registrazione, anche se il fatto che dal vivo suonino assai più freschi che su disco non può che essere il maggior sprone per il futuro.

(11/01/2012)



  • Tracklist
  1. O, My Mind
  2. Ink-Loaded Love
  3. Collapse Of Art
  4. Never Defined
  5. Still Hiding, Still Trying

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