Egyptian Hip Hop

Good Don't Sleep

2012 (R&S Records) | art-pop

E’ il 2008, Alex Hewett e Louis Stevenson-Miller sono due ragazzini a cui piace rinchiudersi in camera strimpellando motivetti pop e sognando di formare una band. Entrambi frequentano la medesima scuola in quel di Manchester e allo stesso tempo condividono assieme la passione per neonate formazioni del calibro di Late Of The Pier. L’idea è forte e i due, nonostante le prime difficoltà iniziali, riescono a trovare un batterista, Alex Pierce, e un bassista, Nick Delap. Bruciata la gavetta nelle prime e rare esibizioni in bar e piccoli locali della periferia di Manchester, i quattro attirano ben presto l’attenzione di riviste eccellenti quali Nme, la quale nell’agosto del 2009 pubblica in download gratuito il brano “Rad Pitt”, lanciandoli di fatto nell’esosfera pop inglese. Ma è Sam Eastgate dei Late of the Pier a spingerli in ogni senso nel panorama internazionale, pubblicando il 12 aprile 2010 attraverso la Hit Club/Zarcorp Records il 7” contenente i due singoli “Wild Human Child”/”Heavenly”. E’ il preludio al primo Ep della band, "Some Reptiles Grew Wings", prodotto stavolta da Hudson Mohawke (che partecipa tra l’altro alla stesura del brano strumentale “Middle Name Period”) supportato da Mark Ralph. Solo un anno più tardi la band annuncia di aver finalmente concluso le registrazioni del primo Lp. Ancora nove mesi e  il nuovo singolo “SYH” introduce definitivamente "Good Don't Sleep" alle masse.

E’ l’incedere caldo ed esotico di “Tobago” ad aprire le danze e a mostrare fin dai primi sussulti vocali la distanza quasi siderale che intercorre con i primi singoli lanciati in questi ultimi due anni. Pare di cogliere in qualche maniera l’irrefrenabile smania migratoria di Matt “The The” Johnson. Il passo è ben cadenzato e i suoni sono curati in ogni minimo dettaglio. L’opera è zeppa di cambiamenti di fronte e variazioni d’umore poste sullo sfondo con ardita maestria e precisione a tratti chirurgica. L’epica “The White Falls” mostra ali ferite e giri di basso in caduta libera. La ritmica fluttuante e impalpabile della successiva “Alalon” segnala un’ineccepibile diversità dall’approccio sonoro di qualsiasi “pop” band odierna.
E’ una danza sbilenca e ciucca a invadere perennemente lo spazio. I quattro mescolano carte difficili da scoprire senza rinunciare a un’identità ben precisa e apparentemente dissimile da qualsiasi contesto. Ma il vero miracolo è dietro l’angolo. “Yoro Diallo” subentra spazzando via l’ultimo lustro fatto di pseudo hype di natura indie in scia rigorosamente afro. Giretti irresistibili di basso, la tastiera iniziale a condurre la mente verso qualche lontana isola deserta del Pacifico, la chitarrina abbronzata che scivola sbarazzina e il motivetto saltellante e oltremodo spensierato trascinano i sensi in alto, confermando lo stato di grazia di Hewett e soci.

Gli strumenti si incastrano perfettamente in un balletto estatico e suadente. L’andamento lento e surreale di “Strange Vale” aggiunge ipnosi con tanto di tastierone stralunato, basso cibernetico e roboante, con il buon Alex agli straordinari tra plettro e microfono. La disarmonia kafkiana nelle prime linee melodiche di “Snake Lane West” segue un improbabile tambureggiare, con il basso oltremodo dilatato e spinto verso soglie terzomondiste. Fascino e mistero segnano così uno dei tanti tratti di "Good Don't Sleep". Mentre “Pearl Sound” perde un qualche equilibrio ritmico possibile, tra pause, cambi improvvisi e cadute nel vuoto. Al contrario, le ripartenze efficaci e irresistibili di “SYH” lasciano il segno e si conficcano fin da subito nella corteccia cerebrale, trascinandosi nel finale in una danza sfuggente e russelliana.
A dar man forte a cotanta perdizione è senz’altro il basso ossuto, indomito, vibrante, prossimo al Mick Karn più visionario che predomina incontrastato nei sei minuti dell’evasiva “One Eyed King”. A chiudere poi un cerchio pressoché perfetto, è la straniante effusione melodica lanciata nella conclusiva “Iltoise”, tra accordi iniziali ondeggianti e anestetiche dispersioni strumentali.

"Good Don't Sleep" è un lavoro penetrante, solo in apparenza sfuggente e imprevedibile, capace di sorvolare decenni di rimandi inconcludenti e posizionarsi di scatto tra le prime fila del miglior “pop alto” britannico. C’è una nuova creatura nel nord-est dell'Inghilterra. Porta un nome strano e non allineato, ed è pronta a condurvi in luoghi sconosciuti, angusti ma terribilmente incantevoli, dove nessuno potrà realmente trovarvi.

(01/11/2012)

  • Tracklist
  1. Tobago
  2. The White Falls
  3. Alalon
  4. Yoro Diallo
  5. Strange Vale
  6. Snake Lane West
  7. Pearl Sound
  8. SYH
  9. One Eyed King
  10. Iltoise
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