Forrest Fang

Animism

2012 (Projekt) | ethno-ambient, world-music

"Ho sempre adorato ascoltare musica che fonda influenze provenienti da diverse fonti, e credo di essermici avvicinato molto con questo lavoro. Ho cercato di arrivare alla sintesi di un suono che fonda assieme la musica ambientale più variopinta, il minimalismo e innesti di radici tradizionali non-occidentali. Ho provato a cercare un filo conduttore che tenga insieme tutti questi elementi, così che essi diano vita a uno stile nuovo, ibrido".
(Forrest Fang)


Così Forrest Fang descrive "Animism", nono album in studio - nonché quarto con la Projekt, divenuta ormai garanzia di qualità elevatissima in tutte le sue release - a tre anni dal magniloquente "Phantoms" e a uno dall'altrettanto ottimo "Unbound", uscito con il moniker Sans Serif.
Il personaggio è da trent'anni esponente di spicco della scena ambient, discendente diretto di Robert Rich e dei suoi soundscape di droni roteanti, ai quali fonde con maestria i suoni della tradizione folk orientale e, partendo da queste basi, esplora mondi vicini al cosmo kraut, alla pura world music ma anche alla drone più minimale. Questa la formula nata da una processo che ha visto la musica di Fang evolversi di album in album, e che in "Animism" viene ancor più radicalmente modificata, per via di uno sviluppo mai così accentuato proprio delle componenti "world".

Trattasi di una svolta, almeno per metà, per il musicista: un'esplorazione al di fuori delle sue terre abituali, un viaggio, come da lui stesso ammesso, nella "musica del quarto mondo". Echi lontani di arcana memoria si legano alla tradizione popolare, e l'elettronica è sfruttata come collante, elemento in grado di amalgamare ogni sfaccettatura, ogni piccolo orpello. Tradizione, come già in passato, ma che questa volta non si concretizza esclusivamente nei "soliti" rimandi alla cultura orientale della sua terra nascitura, bensì anche e soprattutto nell'apporto di elementi provenienti da una ricerca minuziosa e approfondita che copre l'intero territorio geografico che esuli dalle canoniche tradizioni occidentali: ed ecco spiegata la definizione dell'autore di "non-occidentale", in riferimento alle radici che vanno a relazionarsi nell'album.
Vi si possono trovare, in superficie o in profondità, klezmer, madrigali, mistici arabeschi, percussioni africane, suoni nativo-americani e, come presumibile, anche l'abituale marcata radice estremo-orientale. Il tutto si scambia, si fonde, si distacca e ricompone, con Fang a dirigere quest'orchestra per mezzo dei sintetizzatori e del laptop, a suffragio di una serie di strumenti etnici: oltre alla già ammirata lavta, una sorta di out dal tono più corposo, fanno il loro ingresso il kulintang, ensemble percussivo di origine filippina dal suono fluido e dolce, il bağlama, sorta di variazione del più noto bozouki e il Đàn bầu, suggestivo strumento monocorde vietnamita.

Fourth-world music, si diceva, e l'iniziale "Tailing Wind" già si muove in tale direzione: un'esplosione etnico-tribale, tra percussioni martellanti, una scia eterea e una varietà enorme di sfumature, come se il Rich di "Geometry" scoppiasse in un vortice ritmico à-la-"Body Electric" di Roach e Vir Unis. Il concetto viene ripreso nella picco emotivo dell'album, "Islands In The Sky": la lezione di Jon Hassell raggiunge qui la sua massima influenza, tra percussioni oblique a scandire il tempo ad un'arabeggiante linea sintetica.
Ma la rottura con il passato è tutto fuorché totale: a provare ciò ci pensa il trio "Evening Chorus"-"Passing Suns"-"Resting Points", tutte dominate dall'atarassia cosmica e in linea con i landscape sconfinati dei vari Brennan, Padilla e J. Arif Verner. A comparire nell'ethno-ambient "A Tributary Unwinds", forse unico tentativo di fusione a pari influenza dei due stili, sono invece Al Gromer Khan e Mark Isham, nei roteanti ritmi al sapore d'India ricoperti da un violino tratto direttamente da una liturgia ebraica. Anche l'immancabile omaggio alla cultura dell'Estremo Oriente vede una variazione rispetto al passato, in "The Chameleon's Paintobox", con l'ingresso anche qui di battiti esotici e variegatissimi. Dal contesto si isola l'escursione dronica di "Sleeping Snakes", a cavallo tra BJ Nilsen e Max Corbacho: episodio a dire il vero fuori contesto e non particolarmente brillante.

In questo suo nuovo viaggio, la meta di Fang pare essere ancor più che in passato la ricerca sulla fusione di suoni arcani e ancorati alle radici di culture secolari con l'elemento elettronico-ambientale, in rappresentanza della modernità tecnica e concettuale. La simbiosi tra antico e moderno tra tradizione e tecnologia - parlare di innovazione sarebbe eccessivo - è un obiettivo che non era mai riuscito a raggiungere come in questo lavoro, che a conti fatti però risulta soffrire di una certa mancanza di legame stilistico fra i suoi brani, i quali paiono dividersi nettamente in due metà: quelli esclusivamente incentrati sul lato etnico e quelli invece dove sintetizzatori e texture d'ambiente prevalgono con forza.
La novità è decisamente rappresentata dai primi, mentre i secondi, già protagonisti con risultati eccezionali nei precedenti "Gongland" e "Phantoms", lo confermano fra i più abili rappresentanti del genere, senza però presentare evoluzione alcuna nella formula proposta in precedenza.

In conclusione, "Animism" si pone come album di apparente transizione, contenente alcuni fra gli apici creativi e concettuali della sua ricerca, ma incapace di bissare la compattezza del suo predecessore, o quantomeno di presentare una matrice comune a tutte le sue tracce. Le speranze per il futuro sono però ulteriormente alimentate: la semi-svolta in cui è il folk a prevalere sull'ambient appare ancor più personale della già splendida formula proposta fino ad oggi, e la possibilità che sia questa la nuova strada da percorrere in futuro sembra tutto fuorché surreale.

(04/06/2012)

  • Tracklist
  1. Talking Wind
  2. The Chameleon's Paintbox
  3. Islands In The Sky
  4. Evening Chorus
  5. Passing Suns
  6. A Tributary Unwinds
  7. Sleeping Snakes
  8. Resting Point
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