Fort Romeau

Kingdoms

2012 (100% Silk) | deep-house

Lusso. Lo senti come si avvicina maliardo, come ti conquista con lentezza calcolata, con passo attento e studiato, svelando a poco a poco quali delizie possa riservare. Un lusso che non sfocia mai in pacchianerie da quattro soldi: conosce fin troppo bene la delicata arte della seduzione per cadere nel tranello del bagliore momentaneo, dello stupore che sazia gli occhi ma non lo spirito. È un lusso di seta e di velluto, che domina il linguaggio dell'eleganza e dell'attrazione e non esita di certo nello sfruttarlo a suo guadagno. Fort Romeau, al secolo Mike Greene, già affermatosi per il suo militare come tastierista nelle schiere dei La Roux, conosce bene tutto questo, l'ha visto coi suoi occhi e percepito sulla propria pelle. Niente di strano, quindi, se ha avuto voglia di condividere piccoli brandelli dell'esperienza e provare a raccontarla a suo modo, tra l'altro riuscendoci benissimo.

La narrazione la avete a portata di orecchie: "Kingdoms" è un esordio che se non porta impresse le stigmate del capolavoro permette al Nostro di candidarsi nella più completa tranquillità come uno dei nomi di punta dell'anno in materia elettronica, costruendo le fondamenta di un suono che in un domani potrebbe diventare ancor più personale e convincente. Lo si vuol far rientrare a forza in quel "nuovo" (tra virgolette, appunto, ché di elementi innovativi o perlomeno particolari non ne presenta, limitandosi a inquadrare esclusivamente una scena, peraltro molto circoscritta) filone definito, con sbrigativa sommarietà, hipster house - una versione indorata e semplificata di quest'ultima per quanti hanno problemi di assimilazione con certi suoni lontani da discorsi tipicamente indie.
Tuttavia, aldilà dell'essere sotto contratto con la 100% Silk - label associata alla diffusione della corrente (fatto che la proprietaria Amanda Brown, ex Pocahaunted, non ha mai pienamente accettato), e responsabile del voltafaccia "tunzo" dei Mi Ami - il signorino ha ben poco a che spartire con l'intero ambiente. La sua proposta potrà anche essere di maggiore appetibilità, e destinata a un pubblico non necessariamente club-friendly, resta tuttavia house con tutti i crismi, senza edulcorate smancerie che ne annacquino il contenuto.

Deep-house, insomma: si rallentano i tempi, cala la luce e tutto è pronto per l'eterno gioco della conquista. Parte "Jack Rollin'" ed è come ritrovarsi immersi in aromi inebrianti, tra rimandi funk e allettanti vocalizzi in reiterazione. Non che il seguito non sappia dispensare attimi di puro appagamento sensoriale: la classe con cui controlla ogni singolo dettaglio consente al Nostro di preservare la tensione emotiva malgrado il cangiante susseguirsi dei vari brani. Rotea, sopra bassi da brivido e un serpeggiante nervosismo dance, il maliardo sample vocale femminile di "Say Something", talmente acceso e passionale che sembra provenire da quelle labbra stampate in copertina. Luminose come brillanti scorrono le successive "Some Of Us Want For Nothing" e la più concisa "Nights Bridge", nelle quali l'amalgama dei beat si ammorbidisce in un gioco di specchi che riesce a conciliare la vena soul di Robert Owens a effusioni lounge, distese atmosferiche e finanche fosche allusioni al suono della band da cui ha preso le mosse.

Quando poi si attacca con "One Night" e ci si perde in questi profondissimi scenari metropolitani ripresi in piena notte, quando la città langue ma tutto dentro di te sembra dire l'esatto opposto, è in quel preciso momento che ti rendi conto della personalità immaginifica del ragazzo e di quanto potenziale latente si annidi ancora per la sua testa. Un ascolto è più che suggerito: è probabile che con i lussuriosi regni di Mike Norris sperimenterete il vostro party dell'anno.

(16/07/2012)

  • Tracklist
  1. Jack Rollin'
  2. Kingdoms
  3. Say Something
  4. Some Of Us Want For Nothing
  5. Nights Bridge
  6. I Need U
  7. One Night
  8. Theo
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