Frankie Rose

Interstellar

2012 (Slumberland) | dream-pop, alt-synth-pop

Illustre ex-batterista per molti gruppi di punta della scena garage a stelle e strisce (Dum Dum Girls, Crystal Stilts, ma soprattutto Vivian Girls), Frankie Rose non è certamente una musicista di primo pelo. Ad ascoltare "Interstellar" però, si ha la percezione di avere a che fare con il disco sbagliato, di trovarsi di fronte ad un bizzarro caso di omonimia.
No, niente paura, è proprio lei, capelli corvini e sguardo di ghiaccio, una fata Morgana dei nostri tempi al servizio di Sua Maestà la Musica, per la quale mette a disposizione tutte le fatture di cui è provvista. Si fa forte però il presentimento che stavolta la nostra abbia voluto impressionare la sua signora con l' incantesimo migliore del repertorio, quello esercitato con ore e ore di pratica, e padroneggiato alla perfezione, in ogni particolare, in una prova di ambizione, immaginazione e creatività.

Ed è innegabile che di sorprese la Rose, nel suo effettivo esordio solista, ne abbia riservate davvero tante. Dimenticarsi delle distorsioni e dei rumorismi della sua band madre, come pure degli estrosi omaggi ai girl group anni 60 (inclusi nella raccolta uscita a nome Frankie Rose And The Outs due stagioni fa), se non è un vincolo al quale attenersi, quantomeno è un buon consiglio da tenere a mente, in modo da apprezzare al meglio l'effettiva portata dei cambiamenti addotti in materia di scelte stilistiche e gamma sonora.
Folgorata sulla via di Damasco tanto dall'allettante richiamo del pop sintetico, quanto dalle aeree carezze dell'onirismo più romantico, l'autrice porta a segno un debutto consistente, che otterrà (se non lo sta già ottenendo) il giusto spazio nel consueto mare di uscite annuali.

Ricco nel corredo musicale, il disco pesca a piene mani dall'attuale estetica dream-pop, ma ne rilegge le caratteristiche con una sensibilità che non puzza di arido manierismo, e soprattutto, viaggia su coordinate sue proprie. Decisiva in ciò appare indubbiamente anche l'estrazione della musicista: nel suo fitto curriculum, devono essere state davvero remote le possibilità di poter manifestare il suo interesse verso languide levitazioni atmosferiche. Adesso però, affrancatasi da ogni impegno collaterale, può dedicarsi a passioni covate da tempo, trovando in esse un approdo naturale nell'evoluzione della sua proposta.
Non vi è quindi alcuna ruffianeria in "Interstellar", nessun ripiego sulla strada più battuta, per rendere il prodotto più appetibile alle esigenze di mercato. I densi intrecci di sintetizzatori e chitarre deviano il tracciato delle canzoni dal vintage iperglicemico di Grimes, così come dagli idilli domestici dei Beach House, inoltrandosi serpentini nel dinamico susseguirsi dei brani.

Sembrerà quasi superfluo sottolinearlo, ma "dinamismo" è una parola chiave nell'economia del lavoro, uno dei punti cardine su cui è stata edificata l'intera impalcatura. Considerato con chi si ha a che fare, sarebbe stato troppo pretendere una totale ed immediata rinuncia delle poderose sezioni ritmiche a cui aveva finora abituato. E' però incredibile come lo scandire delle drum-machine non vada in alcun modo a cozzare con gli scenari da incanto intessuti dall'artista, che anzi riesce nell'impresa di conciliare i due aspetti esaltandone le rispettive qualità. Si aprono così le danze col tira e molla futuristico della title-track, imbevuta, come prevedibile, di richiami cosmici, per passare alla volta di un più raccolto quadretto sintetico nell'evasiva "Know Me", in cui il cantato quasi naufraga nell'insistito crepitare della musica.
Enigmatiche e nebulose, le canzoni, anche quando si fanno più definite nella struttura, giocano sempre a disorientare, a suggerire piuttosto che palesarsi, abbozzando andamento e scrittura, lasciando che sia l'intuito dell'ascoltatore a completarne il messaggio. Il sopraffino crescendo emotivo sul martellare dei beat in "Had We Had It", affiora all'improvviso dal pulsare magnetico delle strofe, per poi sfociare in una tumultuosa fanfara angelica. Parimenti, l'inarrestabile jangle di "Night Swim" intraprende innumerevoli cambi di direzione, pur con una durata (anche troppo) essenziale, con la nostra a sfoderare un'insospettabile varietà di registri espressivi.

Terra franca contesa tra sperdute fantasticherie e una decisa scorza wave-oriented, "Interstellar" segna, nei suoi trentadue minuti scarsi, l'affermarsi di uno stile maturo e definito nei dettagli, che accresce esponenzialmente le quotazioni di una musicista capace con una sola, decisiva, zampata di superare in scioltezza quanto pubblicato da tutte le band in cui ha militato. Era da tempo che la tanto conclamata retromania non riusciva ad offrire un album così genuinamente compatto.

(18/04/2012)

  • Tracklist
  1. Interstellar
  2. Know Me
  3. Gospel/Grace
  4. Daylight Sky
  5. Pair Of Wings
  6. Had We Had It
  7. Night Swim
  8. Apples For The Sun
  9. Moon In My Mind
  10. The Fall
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