Richard Hawley

Standing At The Sky's Edge

2012 (Parlophone) | brit pop-rock, psych-rock

Nel revival degli anni 90 che, secondo la "regola dei vent'anni", ci tocca in questo decennio, uno dei pochi generi probabilmente che manca all'appello è il brit-pop. Che fosse Richard Hawley, (pre)maturo crooner - ma pupillo di Jarvis Cocker, che lo convocò tra i Pulp post-2000 - a riportarlo a galla era forse cosa meno attesa. Le sferzate chitarristiche che si fanno rumore meccanico e soverchiante, uno scroscio ineluttabile che solo un assolo liberatorio può squarciare, stridono ancor di più, dato il gusto del cantautore di Sheffield per gli arrangiamenti orchestrali, con quel dolce e pacificato baritono che sembra(va) abbracciare e rassicurare.
Sheffield, la città delle acciaierie, è forse un luogo d'elezione, il perfetto scenario Dickens-iano in cui ambientare una storia di degrado, di assassini, di prostitute, di giocatori d'azzardo, come quella di "Standing At The Sky's Edge".

Il rischio di suonare come un "vecchietto arrabbiato" esisteva (e un po' si lambisce nella tirata alla Who di "Down In The Woods", di gran lunga il pezzo più debole), ed è indubbio che la musica del disco sia rock "per adulti", come potrebbe essere quella di Weller ora, o di Noel Gallagher tra qualche anno (se gli va bene). Così, wah-wah e cori di sottofondo per il gospel psichedelico di "She Brings The Sunlight", foschie cosmiche avvolgono di filamenti intangibili "The Wood Colliers Grave".
Eppure, come il titolo pare evocare le immagini di una civiltà sull'orlo del baratro, anche Hawley rimane a distanza di sicurezza, flirtando un po' con le nuove leve dello psych-rock nella fuligginosamente ottocentesca title track, dirigendosi fino al tredicesimo piano in "Time Will Bring You Winter" e, finalmente, mostrando un po' la mercanzia nel brit-pop vero e proprio della bella e convinta "Leave Your Body Behind You".

Appare un po' di crooning vero e proprio, anche, per non scontentare nessuno, nella ballata psichedelica, da musical, di "Before" e nel "lento" di "Don't Stare At The Sun". Sonnecchiante Velvet-ismo in "Seek It" e pare un incubo, questo volo in planata sui comignoli di Sheffield. Sound tirato a lucido, magari per andare a conquistare quel Mercury Prize che Alex Turner ammise di avergli "rubato".
Un disco però "dispensabile" senza troppi patemi.

(15/05/2012)



  • Tracklist
  1. She Brings The Sunlight
  2. Standing At The Sky's Edge
  3. Time Will Bring You Winter
  4. Down In The Woods
  5. Seek It
  6. Don't Stare At The Sun
  7. The Wood Colliers Grave
  8. Leave Your Body Behind You
  9. Before
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