Hospitality

Hospitality

2012 (Merge) | alt-pop, twee-pop

Ospitalità: è un termine che al giorno d'oggi suona quasi strano, patrimonio di antiche divinità a essa preposte e pochi altri; ma è proprio facendo appello a questa virtù caduta in disgrazia che tre compari di Brooklyn, riunitisi attorno alla carismatica figura di Amber Papini, traggono ispirazione per il proprio nome e, contemporaneamente, provano a tirar fuori un po' di quel calore e di quell'empatia umana persi sempre più nelle pieghe della memoria.
Autori di un pop spumeggiante e brioso, dalla scrittura veloce e limpida, i tre newyorkesi attraccano, dopo una gavetta lunga quattro anni (testimoniata da un Ep rilasciato nel 2008), al molo sicuro di cotanta Merge (stessa label di mostri sacri dell'universo indie come Destroyer e Arcade Fire), e pubblicano un primo album che ha già fatto parlare bene di sé ben oltre i blog specializzati e le riviste di settore.

Dopo qualche ascolto, gira e rigira, ti rendi conto che la motivazione per cui il disco, ben più meritatamente di tante altre prove simili, si è conquistato il passaparola di una così ampia fetta di ascoltatori dell'indie-sfera è una e una sola. Ovvero il songwriting di raffinata fattura, che ricorre senza paura a tutti gli stilemi del pop più sognante e twee, e se ne riappropria con gustosa eleganza, dipingendo una New York che, a 11 anni dal crollo delle Torri Gemelle, ha finalmente ritrovato la voglia di leggerezza e serenità.
Consapevolezza e ardori adolescenziali si alternano infatti con un pudore ritmico e una schiettezza armonica tutt'altro che scontata nell’esordio degli Hospitality. Gentili sequenze armoniche dal taglio Sixties (“Betty Wang”) e romantiche pagine di indie-pop (“Liberal Arts”) raccontano di debolezze intime, mentre l’energia di una ribellione, che non sfocia mai nell'aggressività, crea vortici (“The Right Procession”) e geometrie (“Friends Of Friends”) che assumono l’urgenza dei Garbage e i toni baritonali dei Morphine. I tessuti sonori sono peraltro ricamati con arte sopraffina: smagliature vocali e sonore frammentano dolcezze vintage con maliziose onde elettroniche (“Julie”) e buffe soluzioni liriche (“The Birthday”) che scivolano con tranquillità e candore.

Non c’è ambizione o voglia di crescere nella musica degli Hospitality. Le loro canzoni sono semi affidati a una terra vergine: saranno le lacrime di gioia e di sofferenza di chi coglierà le loro emozioni a far crescere i frutti più deliziosi di un album che sorride al passato senza nostalgia e bugie.

(10/11/2012)

  • Tracklist
  1. Eighth Avenue
  2. Friends Of Friends
  3. Betty Wang
  4. Julie
  5. The Right Profession
  6. Sleepover
  7. The Birthday
  8. Argonauts
  9. Liberal Arts
  10. All Day Today


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