iamamiwhoami

kin

2012 (COOP music) | synth-pop

In rete se ne parla già da diversi mesi. Anzi, più che parlarne lo si vede e ascolta gratuitamente. È il parto della (un tempo) misteriosa creatura iamamiwhoami, progetto elettronico/multimediale della cantante svedese Jonna Lee. Il curioso moniker - qualcuno lo ha ricondotto all'eterno dilemma amletico - non è nuovo agli utenti del web, strumento utilizzato sin dal principio per la diffusione di alcuni video-singoli "in serie". Ben nove ne son stati pubblicati quest'anno, snocciolati uno dopo l'altro, mese dopo mese, e dati in pasto alla comunità di Youtube, sfruttando la crescente viralità che il sito è in grado di scatenare. Quello che inizialmente sembrava un affascinante enigma musicale, attorno al quale si son sviluppate interpretazioni ed elaborate analisi intertestuali si è rivelato essere il primo full-length della formazione, ora rilasciato con tutti i crismi anche in formato fisico (cd+dvd).

C'è stata sicuramente una dose di astuzia all'origine, ma l'interesse creatosi attorno a questa sorta di video-opera dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni sospetto riguardo la qualità del prodotto, che oggi finalmente possiamo avere anche sulla nostra mensola. "kin" ha conquistato i suoi sostenitori soprattutto per il suo lato musicale: un synth-pop, esuberante ma molto spesso anche inquieto, in cui in qualche modo l'atmosfera rimane sempre irrisolta, così come la fisicità di Jonna Lee ondeggia tra il sensuale e il disturbante; ne consegue che nei nove brani è difficile riscontrare un mood univoco, che a seconda del contesto ne mette più o meno in evidenza le venature dark.
Sul fronte visivo, l'opera mette in scena un immaginario onirico (in questo senso dreamy) nel quale l'unico fil rouge è la protagonista - ossia la cantante - in lotta con se stessa e con grossi esseri tutto pelo, che inseguendola danno all'intreccio i connotati di un incubo metropolitano ad alta definizione. Da bellezza candida la nostra si trasforma, nelle clip centrali, in una creatura peccaminosa dalle sembianze vagamente bestiali; nel passaggio da un gelido arredo minimale a grandi spazi aperti, anche la danza lenta e composta fa spazio a contorsioni più primitive e passionali. Il contatto con la natura pare ristabilire l'equilibrio dei sensi, o addirittura la salvezza da un'umanità perversa, spazzando via i mostri creati dalla mente cresciuta nella civiltà odierna.

Metafora o no, "kin" gioca col subconscio e i suoi bassi istinti: nella sua continuità quasi-narrativa imprigiona l'attenzione in un circolo vizioso irresistibile, imprimendo nella memoria immagini che riaffiorano anche nel solo ascolto. Già dalla cullante seduzione di "sever" siamo immersi in un immaginario nitido e accomodante, subito negato dalla minacciosa tonalità minore di "drops" e, in seguito, dal ritmo claustrofobico di "in due order". Difficile dire se a creare maggior dipendenza siano gli spessi refrain delle tastiere o la voce, che tra falsetti irreali ("play") e accento nordico ci assorbe in un mondo ovattato difficilmente eludibile. Gli ultimi tre episodi si assestano su una formula pop più classica, che anzi giunge alle sue estreme conseguenze in "goods", vera eccezione dell'album: una gaia ibridazione di ABBA, Bee Gees e dance anni 90 (!), che anche come controparte video ha una coreografia solista compiaciuta e ammiccante, del tutto slegata dai misteriosi eventi precedenti; colpo di coda negli ultimi secondi, che si chiudono su un "cubo di Kubrick" (avete letto bene!), probabilmente a titolo di rompicapo finale per i cacciatori di sottotrame.

Ma il bello di "kin" sta proprio nel poter prescindere dagli eventuali significati sottesi e farsi rapire, invece, dai soli significanti audiovisivi, sufficienti (specie se combinati) a creare un'esperienza davvero memorabile nel panorama indie-pop di quest'anno. Come se non bastasse, siamo di fronte a un brillante esempio di risposta attiva alla dispersione dell'era digitale e al suo mare magnum di download selvaggio. Per ottenere udienza non basta avere gli assi nella manica, ma anche saperseli giocare con astuzia; e capire che non c'è bisogno di chiamarsi Radiohead per regalare un disco e poi venderlo con successo in un secondo momento. Nel frattempo è tutto quanto a portata di mano: andate, approfittate e diffondete.

(04/09/2012)

  • Tracklist
  1. sever
  2. drops
  3. good worker
  4. play
  5. in due order
  6. idle talk
  7. rascal
  8. kill
  9. goods


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