Jens Lekman

I Know What Love Isn't

2012 (Secretly Canadian) | alt-pop

"You don't get over a broken heart, you just learn to carry it gracefully"

Sussurra così Jens Lekman nel chorus di "The World Moves On"; in qualche modo, i versi citati riassumono idealmente non solo l'universo tematico del terzo album del musicista svedese (quarto se si considera "Oh Your So Silent Jens", raccolta dei suoi primi Ep), ma anche il suo approccio personale e inconfondibile al songwriting.
Conosciamo bene la sorprendente capacità che Lekman ha nel farsi narratore di episodi, incontri, luoghi, emozioni, cucendo addosso a parole argute (il suo diario poetico) gli abiti pop più adatti, scegliendo ora stoffe sgargianti di archi, fiati e sample, ora veli sottili di trame acustiche, appoggiati con leggerezza attorno alla sua voce. In alcune interviste recenti, Jens ha confessato di aver sempre composto canzoni soprattutto per intrattenere gli altri, nelle quali ogni elemento davvero personale non era che un pretesto. Nei cinque lunghi anni successivi all'uscita di "Night Falls Over Kortedala" - anni vissuti per lo più a Melbourne, che sono coincisi per lo svedese con un dichiarato inaridimento dell'ispirazione e con evidenti travagli sentimentali - Lekman dice di aver cambiato metodo, utilizzando la scrittura quasi come uno strumento di scavo psicologico, libero dall'esigenza di dar forma alla perfect pop song che Lekman, come tanti colleghi, deve aver sempre sentito propria.

Eccoci al punto di partenza allora: Jens è un uomo sensibile dal "cuore spezzato", e "I Know What Love Isn't" - un po' come le "69 Love Songs" dei Magnetic Fields di Stephin Merritt – è il suo concept album gentile sulla solitudine, l'abbandono, la mancanza dell’amore. E così, dopo un'intro di malinconici accordi di pianoforte, il primo singolo "Erica America" ci mette davanti agli occhi proprio un panorama di quieta e amara solitudine ("I wish I'd never met you, like I wish I'd never tasted wine, or tasted it from lips that weren't mine, now every drop tastes more bitter all the time”), mentre la morbidezza sensuale del sax e della voce femminile (dell'australiana Sophie Brous) ci lascia immaginare Jens nei panni di un timido elegante crooner dallo sguardo basso.
Sguardo che pare rialzarsi però immediatamente nella successiva "Become Someone Else's", che ci accoglie (quasi) sorridente con uno di quegli arpeggi di micidiale leggerezza che hanno contribuito alla fortuna di Lekman. I nostalgici di canzoni indimenticabili come "Black Cab" troveranno qui il punto più luminoso dell'intero album (piano, archi, flauto, melodia: tutto contribuisce a dare un'idea di nostalgia dai colori pastello, quelli dell'infinita estate australiana evocata in molti episodi dell'album) ma, come canta lo stesso Jens, "it all depends what lens you're looking through". Insomma, a dispetto delle apparenze, le liriche ci parlano ancora di amori finiti, per quanto "sopportati con dolcezza", e così sarà fino alla fine del disco.

Se l'arrangiamento - a metà tra Bacharach e Motown - fa scorrere via veloce "Some Dandruff On Your Shoulder" e riverbera con forza il contrasto fra la superficie lucida e luccicante della musica e i mesti ricordi rievocati dalle parole ("she asks you what's wrong and you say nothing, it's nothing"), la liquida drum machine che apre "She Just Don't Want To Be With You Anymore" fa calare una notte di serena inquietudine, in cui la tagliente realtà dell'abbandono è echeggiata con accigliata grazia dagli arpeggi rallentati del piano e della chitarra acustica e soprattutto dal lamento del sassofono (sample di "Sunny Days" del misconosciuto duo di fine anni '80 Paninari). 
Che fine hanno fatto allora le complicate e un po' barocche soluzioni orchestrali di "Night Falls Over Kortedala"? E le argute citazioni retrospettive che da sempre costellavano le canzoni di Lekman facendo l'occhiolino all'ascoltatore? Difficile trovare tutto ciò in "I Know What Love Isn't", nella quale Jens sembra lavorare con cognizione di causa ad una precisa messa a fuoco dei suoi pezzi che, pur senza rinunciare ad una veste raffinata, limita solamente ai sei minuti "a ruota libera" di "The World Moves On" quell'ampia e variopinta dimensione di divertito (ma contenuto) modernariato pop a cui ci aveva lasciato cinque anni fa. Arrangiamenti strappacuore di gentile grandezza e candida onestà, in cui le emozioni sono sbandierate senza segreti in modo personale ed introspettivo, mettendo da parte la sperimentazione musicale dei dischi precedenti e dedicandosi invece ad una scheda lirica a cuore aperto. Aiutato anche dalla sua eroina Tracey Thorn che gli dedicò persino un brano: "Oh, The Divorces" ("Oh Jens, oh Jens, your songs seem to look through a different lens, you're still so young, love ends just as easy as it's begun"), dichiara così in una recente intervista: "Mi sentivo come se avessi già usato ogni colore possibile nel disco precedente. Si è costantemente di fronte alla situazione di evolvere come artisti e mi sembrava fosse più interessante sottrarre invece che aggiungere dettagli; i colori di cui avevo bisogno li possedevo già tutti. Volevo quindi fare qualcosa di più minimale".

Se avete avuto la fortuna di ascoltare il nostro cantastorie in una delle sue seducenti date, non vi sarà difficile riconoscere alcune di quelle squisite dolcezze - che Lekman offriva durante i live - in quest'ultimo album, a cominciare dalla retrodatata "The End Of The World Is Bigger Than Love" (modificandone leggermente l'intro rispetto a quella cui eravamo abituati): una canzone di speranza, un cinico disegno su quanto l'amore passi spesso in secondo piano di fronte all'immensità delle cose.
Ma l'unico modo che ha Lekman per parlarci dell'amore è non parlarne affatto, come quando, tra le gocciolanti note di glockenspiel della title track, narra del matrimonio come unica ragione per ricevere la cittadinanza, nulla più ("So let's get married, I'm serious, But only for the citizenship, I've always liked the idea of it, A relationship that doesn't lie about its intentions and shit"). Non esattamente la frase ideale da dire, ma una buona dose di onestà da un uomo i cui momenti "imbarazzanti" sono stati da sempre il suo punto forte. Lekman osserva che il non parlare di matrimonio come sodalizio normale tra due innamorati è l'unico modo che ha per scriverne una canzone a riguardo: "Ho cantato di un'amica che avevo intenzione di sposare ed ho realizzato che l'amicizia è la relazione più bella che esista, anche se non è romantica. Gli amici sono più importanti di qualsiasi ragazza o amore che io abbia mai avuto".

La sequenza dei dieci brani che compongono il disco esalta non solo la sua capacità, evidenziata maggiormente nel passato, di servirsi a suo modo dei migliori pattern del pop più sofisticato ed artistico, da Brian Wilson a Scott Walker fino a certi umori Smiths-iani, ma anche di saperli ibridare con strutture melodiche più semplici, non per questo meno immediate, come "I Want a Pair of Cowboy Boots" o la conclusiva ripresa dell'opener "Every Little Hair Knows Your Name" in cui ci troviamo di fronte ad un Lekman esclusivamente a nudo con la sua chitarra.
E sono le situazioni come queste che fanno delle canzoni di Jens Lekman quello che sono: piccoli simulacri di realtà quotidiana, occasionalmente rivisitati con nuovi impercettibili dettagli ad adornare gli eventi mondani della vita quotidiana di ciascuno in avventure musicali, riuscendo comunque a lasciare l'ascoltatore appeso alle sue labbra.

Nel complesso allora "I Know What Love Isn't" non può che confermare l'assoluta bontà del talento di Jens Lekman, misurabile ormai in una carriera più che decennale, ed è senz'ombra di dubbio il suo lavoro più "a cuore aperto", dotato di un'onestà ed una sincerità di approccio tangibili in ognuno degli episodi dell'album. Cosa manca allora rispetto alle sue produzioni migliori? Probabilmente qualche canzone che lasci il segno in modo più profondo nella memoria degli ascoltatori (che siano o meno estimatori del pop-touch dello svedese). E, in definitiva, quella capacità di stupire - con l'arguzia delle liriche, con l'intelligente e apertissima pervasività delle citazioni, con il coraggio di arrangiamenti che in passato hanno realmente lasciato a bocca aperta - che volente o nolente si è un po' annacquata.
Tuttavia, pur davanti a questi limiti, c’è un filo rosso che lega tutto e che dà all’album la sua particolare e affascinante sfumatura: quell’ingenuità di fondo, quello sguardo quasi adolescenziale sulla vita e sull'amore, con i suoi intensi e improvvisi entusiasmi indissolubilmente intrecciati a profonde, durature e mal dissimulate malinconie. Un oblò, una piccola finestrella che dipinge attraverso la tecnica dell'esclusione quelle piccole aree del non-amore che prima o poi vengono scoperte da tutti, un disco per ricordarci che si è sempre in balia delle stesse sensazioni e degli stessi sentimenti.

(17/08/2012)

  • Tracklist
  1. Every Little Hair Knows Your Name
  2. Erica America 
  3. Become Someone Else's
  4. Some Dandruff On Your Shoulders
  5. She Just Don't Want To Be With You Anymore
  6. I Want A Pain Of Cowboy Boots
  7. The World Moves On
  8. The End Of The World Is Bigger Than Love
  9. I Know What Love Isn't 
  10. Every Little Hair Knows Your Name


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