Kendrick Lamar

Good Kid, M.A.A.D City

2012 (Aftermath Entertainment) | conscious hip-hop

Californiano, già con i discreti Black Hippy, Kendrick Lamar è tra i più veraci talenti hip-hop saliti definitivamente alla ribalta in questo 2012. Lamar è un venticinquenne di Compton, città a cui è da sempre molto legato. E’ un ragazzo timido ma che sa bene il fatto suo, e la sua musica risente fortemente di questa sua profonda interiorità, di questo suo continuo navigare negli abissi del ghetto, ponendosi sempre al di là degli spartiti e delle battute attraverso rime pungenti e tutt’altro che circostanziali. L’amore per il jazz e la profonda passione per certo soul di inizio millennio, su tutti D’Angelo, ma anche Nas e la prima vasta corrente conscious fortificatasi ampiamente nella città degli angeli verso la metà dei Novanta, aggiungono tanto a una mescola mai invasiva, curata chirurgicamente nei minimi dettagli e ricca di intuizioni poetiche.

Anima, innanzitutto. Cuore e anima. E’ lì che punta Lamar, centrando tra l’altro quasi sempre l’obiettivo. I suoi pezzi trasudano disincanto, cattiveria, ostinazione, amore per le cose belle e dura condanna per le cose brutte. Kendrick canta di bande allo sbaraglio e di santi in cui continuare a credere. Cita George Foreman  (“The  Art of Peer Pressure”), ammette di essere un gran peccatore desideroso che i suoi sentimenti restino comunque intatti, rivolgendosi spesso con ardita irriverenza alla propria cagna (“Bitch Don't Kill My Vibe”). Lamar ottiene i suoi risultati senza mai alzare il tiro. Resta lì, sospeso tra campionamenti chic e andature sbilenche, sfumature jazzy e atmosfere vagamente sobrie quasi a voler comprimere le proprie ossessioni.

I dodici minuti della cinematografica “Sing About Me, I'm Dying of Thirst” lasciano il segno, scorrono via con sarcastico candore. Sullo sfondo prende forma la preoccupazione di un nigga in procinto di morire e la volontà di esser cantato anche dopo la morte. A chiudere il cerchio in questa triste storia, è la preghiera di un pastore recitata in coro dai fratelli di quartiere. La successiva “Real” con l’ottima Anna Mise in ritornello gode della medesima pacatezza. L’amico Dr. Dre guida il ragazzo nel trascinante incipit della conclusiva “Compton”, omaggio incondizionato alla città natale di Lamar, tra reminiscenze soulful e morbidi stacchetti in voce vocoder.

“Good Kid, M.A.A.D City” (da muro “good kid, m.A.A.d city”) è uno dei pochi veri manifesti conscious apparsi nell’ultimo lustro. Un lavoro sottile e acuto, che riesce ad essere anche stiloso e penetrante, nel solco della più vegeta tradizione hip-hop losangelina.

(14/12/2012)

  • Tracklist

1. Sherane a.k.a Master Splinter’s Daughter

2. Bitch, Don’t Kill My Vibe

3. Backseat Freestyle

4. The Art Of Peer Pressure

5. Money Trees f. Jay Rock

6. Poetic Justice f. Drake

7. good kid

8. m.A.A.d city f. MC Eiht

9. Swimming Pools (Drank) (Extended Version)

10. Sing About Me, I’m Dying Of Thirst

11. Real f. Anna Wise

12. Compton f. Dr. Dre (prod. Just Blaze)

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