Mark Stewart

The Politics Of Envy

2012 (Future Noise Music) | electro-rock

Ritorno in pompa magna per Mark Stewart.
Mente libera del post-punk e penna tra le più pungenti del rock, Stewart si riaffaccia a quattro anni dall'ottimo "Edit" con un lavoro che ha dell'ambizioso. Per "The Politics Of Envy", il guru del Pop Group punta a un progetto questa volta realmente "pop", senza rinnegare però il suo spirito critico e terzomondista - il filo conduttore che lega da sempre tutte le sue opere. Il tutto, con l'ausilio di un parterre di ospiti da fuochi d'artificio.
Undici brani che sono anthem song dirette e senza fronzoli, tanto efficaci a livello comunicativo quanto deboli però sul piano squisitamente musicale.

A dare lo start è però la bella "Vanity Kills", beat che picchia bene tra le tipiche sfuriate filtrate di Stewart e un thereminista d'eccezione come Kenneth Anger. "Autonomia", dedicata a Carlo Giuliani, è uno slogan a partire dal titolo - il Nostro fa baccano con Bobby Gillespie, senza riuscire tuttavia a far decollare il pezzo.
Va meglio con "Gang War", dove l'elementare motivo della leggenda vivente Lee "Scratch" Perry si scioglie bene sul tappeto di sporcizia dub e frequenze elettroniche tessuto da Tessa Pollitt. Si procede un po' a singhiozzi: "Codex" e "Want" cercano il ritornello facile, perdendosi però in melodie pallide e soluzioni prevedibili. "Gustav Says" non è altro che una ripresa di "Rise Again", brano che su "Edit" esplodeva però con ben altra forza, mentre "Baby Bourgeois" riesce a coinvolgere nella sua invettiva anti-borghese rivestita da led electro-synth.
Passando per un'altra ospitata deludente (Daddy G su "Apocalypse Hotel", talmente discreto da non sentirsi) si giunge alla cover bowiana "Letter To Hermione" che riporta il disco ad un minimo di tensione lirica. Arriva "Stereotype" e siamo già in chiusura, tra i vocals di Gina Birch e lo storico chitarrista dei Pil Keith Levene: nulla di veramente incisivo, ma riesce quantomeno a farsi ascoltare senza annoiare.

Mark Stewart in definitiva si rivela ben ancorato allo spirito del tempo, ma lascia scorgere troppe incertezze nel tentativo di aggiornare la propria ricetta alle tendenze attuali. Sua Maestà anarco(post)punk ha ancora parecchio da dire, è necessario però tenere a bada una forma che rischia pericolosamente di smarrirsi nell'anonimato.

(07/02/2012)

  • Tracklist
  1. Vanity Kills
  2. Autonomia
  3. Gang War
  4. Codex
  5. Want
  6. Gustav Says
  7. Baby Bourgeois
  8. Method To The Madness
  9. Apocalypse Hotel
  10. Letter To Hermione
  11. Stereotype
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