Mono

For My Parents

2012 (Temporary Residence) | post-rock

Ci eravamo lasciati con l'ultima, grande sinfonia del post-rock anni Zero. La magnificenza, e al contempo gli eccessi di "Hymn To The Immortal Wind" hanno in qualche modo celebrato la summa (e l'imminente spegnimento) di un percorso musicale che nello scorso decennio ha avuto un'assoluta centralità. La simbiosi orchestrale dei Mono è stata decisiva e in qualche modo definitiva: il suo fortissimo impatto sonoro ed emotivo - replicato con successo a New York con la Wordless Music Orchestra - rifletteva un'epica da fine del mondo giunta al suo acme, un canto funebre ricco di speranza per ciò che sarebbe rimasto.
E a conti fatti il seguito proposto da "For My Parents" è in linea con questo sentimento: il vento immortale è il vento dei ricordi, del presente interpretato con un continuo sguardo indietro. Il gruppo giapponese si mantiene fedele all'orgoglio romantico sviluppato lungo un'intera carriera, rifiutando di calarsi nelle nuove forme estetiche del rock strumentale.

La tracklist viene ridotta a cinque soli brani dove le dinamiche tra i componenti non nascondono di essere le stesse di sempre: il gioco di rimandi tra le chitarre in delay, la batteria prima solenne e poi immersa nello scrosciare dei piatti, un'orchestrazione ispirata sempre di più al compatriota Joe Hisaishi. Come suggerito dalla durata dei singoli episodi, la differenza sta in un parziale abbandono del climax a favore di un'ulteriore dose di riflessività; le distorsioni e l'accumulo dei vari elementi tendono a stagliarsi su un orizzonte più ampio, evitando il classico contrasto tra quiete e tumulto.

Così, mentre in "Legend" e "Unseen Harbor" rimane accentuato il respiro eterno che era già dell'emblematica "Ashes In The Snow", la seguente "Nostalgia" si abbandona volentieri a una quieta commozione. Ancora più passatista, in un certo senso, il dialogo di "Dream Odyssey" tra gli accordi di pianoforte e i brevi tocchi della chitarra - che qui e a metà del brano seguente ricorda da vicino quella del collega Efrim Menuck. Il ruolo dell'orchestra, elemento fondante dell'album del 2009, si ritrova ben lungi dall'importanza allora concessa finendo per essere poco più che un "collante" tra gli strumenti principali, sottolineando ulteriormente l'autonomia che di fatto assumono in tutti i concerti.
Nella conclusione i Mono si prendono il tempo per costruire un altro gran finale - benché decisamente meno pomposo - dando agli archi un breve spazio in solitaria e calcando meno possibile un crescendo che si crea e fluisce con naturalezza.

Termina così un disco relativamente pacato, consapevole che un altro passo avanti sarebbe stato di certo stucchevole. Sopravvive il ricordo, l'immagine sbiadita per la consunzione da parte di un gruppo del tutto fedele a se stesso. In molti si sono già stancati di questo rock malinconico e sì, probabilmente fuori tempo massimo da alcuni anni. D'altro canto, chi pensa che la memoria sia necessaria a vivere meglio il presente troverà nei Mono un devoto alleato.

(04/09/2012)

  • Tracklist
  1. Legend
  2. Nostalgia
  3. Dream Odyssey
  4. Unseen Harbor
  5. A Quiet Place (Together We Go)
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