Mumford & Sons

Babel

2012 (Island) | folk-pop

In una ormai celebre recensione di un disco dei Jet, l’influente webzine americana Pitchfork, dopo un sonoro zero, presentava, al posto del testo, il video di una scimmia intenta a orinarsi in bocca. Si può discutere fino alla nausea di come e quanto sia utile una recensione, ma è innegabile che certe esternazioni derivino anche dalla necessità di crearsi un pubblico, di unirlo nell’odio, in un certo senso.
Limitarsi a stroncare l’attesissimo secondo disco della ditta “Mumford e figli” sembra qui, davvero, un esercizio inutile. Così come descrivere semplicemente quanto succede, dal punto di vista fattuale, in “Babel” sembra sfuggire il punto - anche perchè, in questo caso, non si pecca di presunzione nel pensare di saperlo già. Strazianti linee vocali, immagini d’amore puerile (“Where are you now?/ Do you ever think of me?/ In the quiet, in the crowd”; un sondaggio delle proprie emozioni e dei propri sensi di colpa introverso e puritano, del tipo “I don’t know if I’m doin’ you wrong”), insistite riproposizioni di quel quiet-loud da grancassa e banjo che è la gallina dalle uova d’oro del gruppo, sostanzialmente la sua unica intuizione dal punto di vista musicale.

Da dove proviene il successo dei quattro inglesi? Da chi è composto il loro pubblico? Addirittura: è il loro il folk più vero di tutti, poiché in grado di raggiungere il maggior numero delle persone, pur non essendo tale in nessun altro senso, se non per gli strumenti utilizzati?  Sono domande che chi segue la scena folk e cantautorale, sempre più auto-referenziale ed elitaria, forse dovrebbe porsi. Quante delle canzoni dei cosiddetti gruppi “folk” odierni potrebbero essere suonate a delle feste di paese, in mezzo alla gente? Purtroppo, è un punto di vista che bisogna accettare, in nome dei sentimenti globalizzati, inerti, udibili al di sopra del frastuono solo grazie ai propri decibel, dei Mumford & Sons.
In particolare, ciò che è maggiormente preoccupante è questa continua forzatura verso la meraviglia, il turgore degli strumenti e delle emozioni, che è proprio dei pochi che oggi possono permettersi uno stadio pieno (Coldplay, forse Bon Iver).

Insomma, tutto questo per trovare un motivo all’esistenza di una musica di questo tipo: fatta in serie, perché in ogni caso il lettore mp3 è impostato sul “Random play all”, per cui non capiterà mai di doversi sorbire ben dodici canzoni (quindici nella versione deluxe) tutte uguali di fila; esplosiva e ritmata e piena di auto-commiserazione, perfetta per sfogarsi in palestra.
Ecco, è tutto qui il successo dei Mumford And Sons: nella capacità di intercettare brevi emozioni epidermiche, scompensi ormonali e travasi di bile; quegli stati d’animo, passeggeri e puramente “psicosomatici”, che più o meno affliggono tutti, ogni tanto. Ma la vera musica popolare, in fondo, è quella che si tramanda: su questo piano, i veri appassionati di folk possono stare tranquilli.

(24/09/2012)



  • Tracklist
  1. Babel
  2. Whispers In The Dark
  3. I Will Wait
  4. Holland Road
  5. Ghosts That We Knew
  6. Lover Of The Light
  7. Lovers’ Eyes
  8. Reminder
  9. Hopeless Wanderer
  10. Broken Crown
  11. Below My Feet
  12. Not With Haste
  13. For Those Below
  14. The Boxer
  15. Where Are You Now
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