Of Monsters And Men

My Head Is An Animal

2012 (Universal Republic) | folk-pop

L'Islanda, oramai è definitivamente riconosciuto, ha qualcosa di più: nonostante la popolazione di poco più di trecentomila abitanti (di cui quasi il quaranta per cento nella capitale Reykjavik) la renda lo stato europeo meno abitato, in questa lontana terra continuano a proliferare, senza sosta, band e artisti di ogni genere musicale, alcuni dei quali sono da tempo assurti agli onori delle cronache e sono considerati delle vere e proprie icone della musica dei nostri giorni.
Ciò è possibile anche grazie alla vivacità della scena locale e all'opportunità che viene data a molte giovani band islandesi di affermarsi in patria ancor prima di tentare il salto internazionale.
E così gli Of Monsters And Men, la nuova promessa del pop islandese alle prese con l'album di debutto "My Head Is An Animal", sono già un nome di culto in patria mentre il loro esordio viene solo ora ristampato per il mercato mondiale.

Un tempo, neanche troppo lontano, bastava l'associazione delle parole "musica" e "Islanda" per far venire in mente ai più un immaginario sonoro fatto di atmosfere eteree, nenie fiabesche o techno-pop futurista. Ma la fredda terra del Nord sta regalando, in maniera sempre più copiosa negli ultimi anni, una messe di lavori che, pur inserendosi in quel macro-genere dai contorni piuttosto sfumati che semplicisticamente si definisce indie-folk (portato alla ribalta e al successo da band come Arcade Fire o dall'anomalia filo-americana degli inglesi Mumford & Sons), conservano delle caratteristiche prettamente islandesi. Si pensi a band come i Seabear o i Benni Hemm Hemm, con le loro orchestrazioni a metà strada tra l'indie pop e il folk tradizionale, oppure alle atmosfere corali e liquide vicine a quelle dei Múm dei misconosciuti Rokkurro.
Nulla di assolutamente innovativo, per carità. Ma tante giovani formazioni islandesi, pur sposando senza riserve degli stilemi musicali diffusissimi e universali, riescono a infondere nella loro musica un piccolo "cromosoma deviante" rappresentato dalle forti radici musicali (e non solo) autoctone.

Di conseguenza l'ascolto di brani corali come "Dirty Paws" e "Six Weeks" (per citarne un paio) non evoca, necessariamente, ghiacciai ed eruzioni vulcaniche, quanto più la movimentata (e alcolica) vita notturna dei pub di Reykjavík, e la corposa imbastitura dell'album, fatta di percussioni insistenti e fisarmonica, calore acustico e fascinazioni bandistiche, pur risultando in qualche modo classica e "universale", riesce a imprimere alle semplici melodie della band, un marchio di provenienza evidente. Il giovane sestetto, tuttavia, apporta di suo un'immediatezza melodica non indifferente, un equilibrio tra dolcezza e divertimento ("King And Lionheart") che quasi mai sfocia in soluzioni dolenti e in pose seriose e intellettuali, trucchetto che potrebbe garantire loro visibilità non soltanto presso gli indie-appassionati.

La voce di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir, nonostante l'accento che tradisce le sue origini, è in grado di spaziare dai toni più fanciulleschi a quelli più cupi di una Florence Welch o a quelli nostalgici di una Dolores O'Riordan (per niente propensa, però, a gutturali volteggi), e in tutti i pezzi si mescola a quella (meno incisiva e talvolta incerta, ma comunque carezzevole) del chitarrista Ragnar "Raggi" Þórhallsson, creando un piacevolissimo impasto.
Funzionano bene sia i momenti più pacati, tra gli arpeggi iridescenti di "Slow And Steady" e le delicatezze di "Love Love Love", ma soprattutto quelli più scanzonati come "From Finner" e "Mountain Sound". Quest'ultima, squisitamente pop, potrebbe ripetere senza fatica l'exploit della trascinante "Little Talks" (il cui bel video è già un piccolo caso su YouTube): una fanfara dal piglio quasi ska che sta lentamente scalando le classifiche rock statunitensi.

Tra qualche lungaggine e la sbandata, comunque anomala, della spaghetti-western "Your Bones", le canzoni di "My Head Is An Animal" scorrono via gradevoli e mai troppo pretenziose (il pericolo, vista l'impalcatura sonora, era dietro l'angolo); i sei dimostrano di essere capaci sia in sede di composizione che di esecuzione anche se alla loro scrittura manca ancora quella particolarità, quella scintilla che li faccia brillare di luce propria e li allontani completamente dal rischio di essere percepiti come una delle tante band islandesi che suonano indie folk orchestrale.
Avranno tempo per migliorarsi e acquisire maggiore personalità, ma potrebbe comunque essere troppo tardi: la macchina si è già messa in moto e se il grande successo arriverà, potrebbe essere questa attuale e ancora acerba veste a esserne baciata.

(13/04/2012)

  • Tracklist
  1. Dirty Paws
  2. King And Lionheart
  3. Mountain Sound
  4. Slow And Steady
  5. From Finner
  6. Little Talks
  7. Six Weeks
  8. Love Love Love
  9. Your Bones
  10. Sloom
  11. Lakehouse
  12. Yellow Light
  13. Numb Bears (iTunes only)
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