Peter Hammill

Consequences

2012 (Fie!) | avanguardia

"I fell in love with the sound of my own damn voice"
da "Eat My Words, Bite My Tongue" (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in "Over" (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull'orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di "Clutch" (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno a una canzone d'autore "colta" (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni 90 seguito a "Fireships", che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come "Typical", l'artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l'apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d'acquisto è convinto.

"In Camera" del 1974 è l'album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione "dark" (per l'ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell'inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all'estrema prossimità all'ascolto della scarna strumentazione e dell'autorevolissima voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine a un coro delle streghe di Macbeth, erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in "The Silent Corner and the the Empty Stage", capolavoro assoluto, anch'esso del 1974, né in "Everyone You Hold" (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida "Bubble", nemmeno nel notevole "Singularity" (2006).

E dire che la falsa partenza con "Eat My Words, Bite my Tongue" (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in "Incoherence" e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante "That Wasn't What I Said", un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuto da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di "Lorca" e "Starsailor", da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all'inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.

"Constantly Overheard" riprende le atmosfere di "Clutch" e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di "Chameleon In The Shadow Of The Night", forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
"New Pen-pal" è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che "live" saprà probabilmente acquistare quota, grazie a un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su "Close To Me" porta buoni frutti per un altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d'occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.

Odore di zolfo, "All The Tiredness" ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnato da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell'animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un'ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con "On The Surface" da "Out Of Water" (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l'inizio di "Perfect Pose", dal suono di grande interesse, vicino a un'estetica "glitch", degna del miglior David Sylvian, dell'ultimo Scott Walker e di "The Marble Index" e "Desertshore" a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata "White Dot" (dal già citato "Singularity"), un vero e proprio "bad trip". Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall'elettrica e dalle tastiere "shiftate" su più ottave. I cori sembrano voler rubare l'anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal '94 in poi ("A Headlong Stretch" da "Roaring Forties") senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, "organici", minuti.

Non cala il livello dell'album con "Scissors", anzi. Permane ancora un'atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all'ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un'elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l'ombra del miglior Scott Walker, quello di "The Drift" ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell'anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto.
"Bravest Face" rasserena gli animi e ci riporta all' Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica "Refugees" (da "The Least We Can Do Is Wave to Each Other" dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, "Undone" (da "Thin Air"), "A Better Time" (da "X My Heart") e "Gone Ahead" (da "Incoherence") su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e "nero" da risuonare corde funeree la conclusiva "A Run Of Luck", con l'ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce...). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con "The Top of the World Club" da "Thin Air", una sorta di nuova "In The End" (da "Chameleon In The Shadow Of The Night") in chiave minimale, una dichiarazione d'amore e morte che farebbe impazzire Thom Yorke, se solo l'ascoltasse.

Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera, se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all'ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d'avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l'assenza di melodie epiche ("prog", per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.

(18/04/2012)

  • Tracklist
  1. Eat My Words, Bite My Tongue
  2. That Wasn't What I Said
  3. Constantly Overheard
  4. New Pen-pal
  5. Close To Me
  6. All The Tiredness
  7. Perfect Pose
  8. Scissors
  9. Bravest Face
  10. A Run Of Luck
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