Poppy Ackroyd

Escapement

2012 (Denovali) | post-classical

Non stupisce che il debutto della londinese Poppy Ackroyd, ora stabile a Edimburgo, esca su Denovali Records. Non stupisce neache che abbia una copertina che, per certi versi, ricordi la prima stampa di "Relics" dei Pink Floyd. Non stupisce, soprattutto, perché per tutta la lunghezza di questo "Escapement" persiste un'idea sognante, a tratti mistica, del fare musica. Trascendentale, si potrebbe anche dire. Psichedelica, se vogliamo rimanere legati alla band di Roger Waters. Come del resto, seppure con canoni molto diversi tra di loro, succede per molte altre realtà legate all'etichetta tedesca, dai nostrani Lento ai più noti Kilimanjaro Darkjazz Ensemble passando per i Celeste e tutti gli altri. Fuori da Denovali, forse, riusciamo a vederla solo su Quarterstick Records: la stessa dei Rachel's, per intenderci.

L'idea di fondo, del resto, è assai simile a quella della formazione di Baltimora: fondere temi classici dettati, in questo caso, dal violino e dal pianoforte con un'attitudine "post" - laddove si sostituisca alla complessità di una formazione al gran completo le field recordings ed elettricità varie ed eventuali. Il risultato tuttavia è assai diverso. Decisamente più avantgarde e di difficile fruizione. Nonostante rimanga una delle realtà più cinematiche mai ascoltate da tempo, Poppy rappresenta una fusione in forma e sostanza di modi molto diversi di suscitare emozioni dell'uditore, attento o randomico che sia. Da un lato l'umore più docile della musica (che potremmo definire) da camera, dall'altro il mondo delle avanguardie qui rappresentato dall'elettronica e, nello specifico, dalla sound-art e impro-field meno maniacale.

Ne viene fuori una musica minimalissima e quieta, estremamente quieta, a suo modo melodiosa e romantica (bellissima "Rain"), nonostante sia sprovvista in toto di tutti quei canoni che solitamente ci rendono una musica pop-olarelinee vocali, ritornelli, crescendo e via via elencando. Ma a destabilizzare, ancora prima che disturbare (come in effetti non si può dire che accada), come potrebbe succedere invece per dischi d'altri compagni d'etichetta, è il porre l'ascoltatore nella scomoda (a tratti insostenibile) condizione di ascoltare. Di prestare attenzione per sette brani alla pura e "semplice" musica. Senza sovrastrutture, "Escapement" (che diventa nomen omen) suona come il distacco della spina, l'entrata in una dimensione nella quale la musica ritorna ad essere più Arte che intrattenimento. Con tutte le maiuscole del caso, con tutto l'ingombrante fardello che ciò comporta.

Sì, lo sappiamo, un debutto così sembra alquanto supponente anche per un'etichetta di culto come Denovali e, infatti, qualcosa si perde durante i quaranta minuti scarsi di questo disco. Qualcosa va storto già prima delle conclusive "Grounds" e "Mechanism", seppur valide. C'è qualcosa non messo ancora bene a fuoco e di già sentito altrove, con un altro nome, decine di volte (su dischi di Dakota Suite, Moon Ate The Dark, Reutoff, Balmorhea, Oliveray, Lloyd Turner, Carla Bozulich, Scrime e poi basta, ché ci sembra di infierire gratuitamente) che ci trattiene dal superare nella valutazione la soglia del "6". L'unica scelta possibile, se ci si pone tra entusiasmo e saggezza.

(29/12/2012)

  • Tracklist
  1. Aliquot
  2. Rain
  3. Seven
  4. Glass Sea
  5. Lyre
  6. Grounds
  7. Mechanism


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