Pumice

Puny

2012 (Soft Abuse) | lo-fi

Curioso personaggio dalla discografia imponente e misconosciuta, il neozelandese Stefan Neville alias Pumice ha ottenuto più ampia udienza solo negli anni recenti: ciò a partire dal notevole "Pebbles" del 2007, prova relativamente matura di un autentico genietto del lo-fi a tutto campo, che si destreggia a piacere tra rock scanzonato - scientemente "da quattro soldi" - e timida avant/retroguardia da cameretta. All'apparenza (e nei fatti) è uno che ha imparato ad arrangiarsi, facendo quel che vuole in totale autonomia produttiva e stilistica. Certo una carriera esente da bagni di folla, e ciononostante imperterrita nella definizione di un suono fuori dal tempo, di una singolare "poetica dello squallore".

Così anche "Puny" sembra l'opera di un navigato songwriter rimasto chiuso in un'utopia a bassa definizione, quasi di un Wavves cresciuto ma non redento. Non è mai venuto a mancare, però, l'incedere sbilenco del compianto zio Cuordibue ("Hey Crap Crab", "Coeliacs Bring A Plate"): voce fuori sincrono, percussioni arrabattate alla meno peggio, una libertà formale già accentuata nei blues allucinati di "Quo", opera di un artificioso quanto affascinante primitivismo. Ed è proprio negli album immediatamente precedenti che troviamo i primi semi dell'odierna "Trophy", elegia dronica di dodici minuti per organetto: brano semplicissimo e in certo modo perfetto, rincuorante nella sua umile monumentalità, come una lontana eco balneare all'alba di un nuovo giorno. E' qui che si svela del tutto la limpidezza dell'arte di Pumice, estranea a pretese velleità estetizzanti, sincera e alla portata di chiunque.

Per il resto si continuano a costeggiare i lidi più impensati, dal folk-blues demotivato di "Stink Moon" al completo disequilibrio di "Smell the Towel", con le sue voci filtratissime e fuori tono e gli sprazzi noise più casuali - non propriamente una dimostrazione di buon gusto compositivo. Tutto questo è parte inalienabile della peculiarità di Pumice, e se lo si apprezza non è certo per altri motivi.
Superba anche la conclusione, una marcia dal ritmo ben scandito e "cantata" da due tracce di chitarra distorta: difficile non pensare a una sorta di inno nazionale - di chissà quale assurdo paese! - in una formula irrisolta tra solenne e banale, ma di quella banalità legittimata dalla inimitabile cifra stilistica del suddetto.

Il bilancio complessivo, in pratica, conta sette allucinazioni più o meno moderate e due grandi inni strumentali, probabilmente dedicati a nessuno in particolare. Si avverte un intento meno giocherellone, una scrittura ancora divertente ma un po' meno divertita, senz'altro una consapevolezza autoriale ormai inossidabile. Il teatrino dell'assurdo di Pumice continua la sua tournée senza guardare in faccia a nessuno: chi lo ama lo segua.


Hey Crap Crab

(26/04/2012)

  • Tracklist
  1. Hey Crap Crab
  2. Stink Moon
  3. Ready To Rot
  4. Trophy
  5. Coeliacs Bring A Plate
  6. Covered In Spiders
  7. Hump Piss
  8. Smell The Towel
  9. Cuachag Nan Craobh
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