Simone White

Silver Silver

2012 (Honest Jon's) | alt-folk, songwriter

Lunghe distese sabbiose, tre figure a dipingere un ritratto di misteriosa imperturbabilità, stagliate sul cielo annuvolato delle Hawaii. Vive nei ricordi d'infanzia la splendida fotografia che introduce all'ascolto di "Silver Silver", quarta prova di Simone White, tra le più sensibili interpreti del songwriting statunitense, la quale licenzia un nuovo lavoro a tre anni di distanza dallo squisito canzoniere in chiave folk a titolo "Yakiimo".
Da allora la cantautrice non se ne è stata con le mani in mano: un lungo tour in giro per il mondo, contatti con musicisti di diversa estrazione (non ultimo anche Andrew Bird, per il quale ha aperto qualche data), e perché no, pure qualche concessione di suoi brani per degli spot pubblicitari, hanno fatto di lei una vera e propria figura di culto, un paradigma di raffinatezza applicato alla forma canzone.

Eppure, nonostante il folk al femminile abbia assistito, negli ultimi anni, a una crescita e una diffusione esponenziali, il nome della bella hawaiana non ha mai raggiunto l'affermazione di tante altre sue colleghe, a dispetto di una proposta musicale tutt'altro che ostica e priva di accessibilità. E mentre tante altre giovani pulzelle continuano a scoprire il fascino della tradizione (di questi ultimi mesi i debutti di Mirel Wagner e Hannah Cohen), la Nostra si sottrae in parte da questa cornice, diventata per lei palesemente troppo stretta, e lascia che la sua ispirazione volga il suo sguardo su altri lidi, assorbendone gli allettanti aromi.
Malgrado ciò, la White non si dimentica dei delicati lineamenti che hanno animato sinora il suo tragitto in musica. In quella che a tutti gli effetti risulta essere la sua produzione più intima e personale, come una sarta cuce con carezzevole espressività intensi quadretti voce e chitarra, che non sfigurano minimamente con alcuni dei migliori momenti del suo repertorio (il fenomenale frammento conclusivo "Every Little Now And Then", l'elegiaco candore di "Never Be That Tough").

Il nucleo essenziale dell'arte della cantautrice rimane quindi pressoché immutato; deve fare i conti tuttavia con l'introduzione di tutto uno stuolo di elementi e soluzioni che ne alterano l'assetto, scombinandone la foggia e la resa emotiva. Il cambio nei collaboratori (la palla di produttore passa da membri degli storici Lambchop a componenti di una ben più misconosciuta band indie-pop, i losangelini Fol Chen) deve aver giocato un ruolo di primaria importanza nel trasfigurare le coordinate sonore dell'artista, che dal canto suo se ne appropria con una semplicità sorprendente.
L'esile canovaccio di partenza abbraccia senza alcun timore densi disegni elettronici, richiama con fare suadente torniti chiarori ambientali, si lascia trasportare insomma in un luogo, non meglio precisato, in cui convivono timbriche minimali e soavi effusioni acustiche. E il connubio riesce tremendamente bene: si muove soave, velato di auto-tune, il carezzevole cantato sopra l'andamento serafico di "Flowers In May", costruito attorno a un intrigante tappeto folktronico.
Quello che invece in altre circostanze sarebbe stato uno smagliante esercizio jazz-pop, diventa in "Big Dreams And The Headlines" un piccolo capolavoro di manipolazione sonora, nel quale stralci di minimalismo d'atmosfera s'intersecano alle travolgenti aperture del ritornello, plasmate sul pulsare della batteria.

Non è però soltanto un disco di canzoni: a conferma che a monte di questo disco, oltre alle grandi idee, ha attuato una coraggiosa ridefinizione del proprio immaginario artistico, Simone non appare indecisa nell'ideare con inusitata classe, schemi sonori che rasentano l'avanguardia, fornendo spunti per concrete evoluzioni nel prosieguo della carriera. Ci si imbatte così, superando il delizioso glitch-folk di "What The Devil Brings" (che ammicca ad ipotetiche scenografie urbane), nei pimpanti riverberi vocali di "Long moon", in cui il fantasma dei Dirty Projectors si gingilla tra una marea di effetti ed effettini. Altri due brevi passaggi come "Frogs" e "Bonnie Brae" traghettano un estro ardente verso le battigie dell'elettroacustica, simulando un fosco levare del sole sopra inquietanti scorci palustri nel primo, evocando fievoli sfondi ambientali nel secondo.

A sintesi di uno spettacolare manifesto d'intenti, il fatato tribalismo di "In The Water City Ends", (corredato da un incantevole video animato) in memoria della recente disgrazia di Fukushima, ma ancor di più, gli impagabili sette minuti della title-track, che si snodano su avvincenti saliscendi cromatici col contributo del già menzionato Bird, sublimano un'opera già densissima e meritevole di assoluta considerazione, con cui l'autrice carica di nuovi significati il concetto di "eleganza". In punta di piedi, come da sempre in casa White, un argento dotato dello smalto proprio dell'oro.



Every Little Now And Then

(18/05/2012)

  • Tracklist
  1. Flowers In May
  2. Big Dreams And The Headlines
  3. Never Be That Tough
  4. We Didn't Know
  5. Silver Silver
  6. What The Devil Brings
  7. Long Moon
  8. In The Water Where The City Ends
  9. Star
  10. Frogs
  11. Now The Revolution
  12. Bonnie Brae
  13. Every Little Now And Then
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