Storm Corrosion

Storm Corrosion

2012 (Roadrunner) | dark-wave, orchestrale

Nell'ultimo decennio Steven Wilson ha dato vita a così tanti progetti paralleli da risaltare agli onori della cronaca musicale quasi più grazie a questi che non per l'attività della sua creatura prima, i Porcupine Tree. Oltre a una miriade di side-project personali, ciascuno volto a un particolare genere musicale spesso distante anni luce dal neo-prog di cui i porcospini sono fra gli alfieri, la figura di Wilson si è imposta anche nell'ambito della produzione. E anche qui il Nostro si è destreggiato fra i generi più disparati - dal puro progressive dei Marillion alla sperimentazione vocale di Anja Garbarek, passando per l'ambient velatamente industriale di Vidna Obmana e per arrivare, più di recente, al contributo fondamentale per la svolta art-rock degli ormai ex-metallari Anathema.
Analogamente a questi ultimi, un'altra band deve a Wilson un analogo cambio di sonorità, dal death-metalad un prog di kingcrimsoniana memoria: trattasi degli Opeth, quintetto svedese dominato dalla figura di Mikael Åkerfeldt - in grado di dare vita nove anni fa, con l'aiuto di Steven nelle vesti di produttore, a "Blackwater Park" (uno degli album più interessanti e riusciti dell'intera scena progressiva del nuovo millennio). Il rapporto tra Wilson e il gruppo è proseguito, tanto che il primo da allora è divenuto produttore in pianta stabile della band, in una collaborazione non distante per prolificità da quella di Brian Eno con gli U2. Non stupisce, quindi, l'uscita di quest'album che vede collaborare i due artisti con la manifesta intenzione di dar vita a un progetto, destinato ad avere un futuro, dal nome Storm Corrosion.

Questo primo loro prodotto ci regala sei brani piuttosto lunghi, triplicati nella deluxe edition (contenente ad ogni modo le versioni strumentali e registrate in 5.1, senza alcun inedito o bonus track). Quel che ne viene fuori è, per l'ennesima volta, un progetto ulteriormente distante dai trascorsi di ambedue - una dimensione musicale parallela che va a sommarsi a tutte quelle già contemporaneamente gestite da Wilson, enormemente variopinta, basata su una solita matrice dark-wave e soprattutto in grado di spiazzare chiunque si appresti all'ascolto.
Innanzitutto, a dominare troviamo un'atmosfera di radicata oscurità, resa perlopiù mediante l'uso di archi solenni sfruttati anche per creare ancestrali landscape dal rimando fra il gotico e l'ambientale; poi, la chitarra acustica a ricamare sugli stessi, assieme alla voce (quasi sempre quella di Åkerfeldt) in un dipinto languido e melodico. Ma questo viene a volte privato di ogni forma di colore, altre stravolto e risucchiato in un marasma di cataclismi cosmici o in fughe oscure e visionarie. Dei due mattatori progressivi, sia lo strabordante Wilson solista di "Grace For Drowning" o l'invero deludente Åkerfeldt dell'ultima prova con gli Opeth, "Heritage", non v'è traccia, se non nell'accezione (questa sì progressiva) con cui viene trattato l'eclettismo che caratterizza i saliscendi che pervadono i sei brani.

Nell'apertura di "Drag Ropes", scelto come brano di lancio, una lunga introduzione orchestrale priva di confini, inizialmente astratta e che prende forma progressivamente, suggerisce subito i punti-cardine su cui si muove l'album prima di giungere all'innesto, a metà brano, di un cantato-ritmico distaccato, quasi math-rock, in grado di evolversi prima d'iniziare una lenta discesa.
La title track prende forma come una ballata sommessa e desolata, memore nell'ispirazione dei Talk Talk di "Laughing Stock", caricata anch'essa circa da metà e culminante in un ending cosmico e rumoroso di cui non si sentiva decisamente il bisogno. La multiforme distesa psico-ambientale di "Hag" vorrebbe colpire al cuore e non ci riesce, mentre funziona molto meglio come malsana culla di pensieri inquieti, mentre nel chiaroscuro di "Happy" - forse l'unica vera canzone dell'intero album - la dimensione sonora si fa quasi silenziosa e particolarmente intima, quasi cantautorale.
In "Lock Howl" è finalmente possibile vedere da lontano una matrice rock, apocalittica e sconfinante, vicina ai primi Interpol.
A chiudere i conti, i dieci minuti di pura ambient per chitarra e tastiere di "Ljudet Innan", brano privo di coordinate spazio-temporali, vagamente dronico, una sorta di surrogato di Helios e Buckethead (quello acustico) e apice espressivo del lavoro.

L'omonimo debutto del progetto Storm Corrosion mostra un duo in grado di percorrere una strada personale e accattivante, di certo capace di regalare momenti suggestivi e di altissima caratura emotiva. Ad appesantire leggermente questo primo atto è la voglia mostrata dai due di esaminare la materia da troppi punti di vista, finendo in alcuni col perdere la messa a fuoco. Un difetto, questo, che comunque non riesce a intaccare la bellezza di molti passaggi, né la previsione di un futuro promettente. È ancora presto per poter giudicare se la scommessa di Wilson e Åkerfeldt sia vinta, ma il primo passo di sicuro propende in quella direzione.

(15/05/2012)

  • Tracklist
  1. Drag Ropes
  2. Storm Corrosion
  3. Hag
  4. Happy
  5. Lock Howl
  6. Ljudet Innan