The Invisible

Rispah

2012 (Ninja Tune) | alt-pop

Il nome come una premonizione. Un isolamento dalle cronache che contano, forse cercato, forse imposto dalla sorte. Qualche applauso, anche sentito, ma passato sotto traccia. Un raggomitolarsi progressivo in antri lontani dal chiacchiericcio da bar, dall'hype urlato, il disinteresse nei confronti della comunicazione; figlio della presunzione, della noia, apoteosi di una sicurezza quasi irridente? Poche immagini, sempre la stessa posa, nessun sorriso, note biografiche rintracciabili solo dopo scavi faticosi. Una musica capace di inglobare miriadi di suggestioni, dal post-rock al post-punk, che si può danzare ma è come se le gambe fossero legate, e le scarpe fossero fatte di pietra. Mai un'alzata di scudi, mai un urlo, piuttosto un sussurro continuo, però soul a 24 carati, un po' come se Seal decidesse di reinterpretare i Radiohead.

Un debutto omonimo giusto tre anni fa e subito la candidatura al Mercury Prize, critica incantata da uno stravagante mix di wave, ritmica dai ricordi jazz, rumori circostanti, elettronica sporcata, melodie che avvincono ma forse no, ritmi implodenti, l'apoteosi dell'intellettualismo prestato al pop. Comunque un oggetto concreto, da amare o respingere, nessuna idea di hit single. Oggi il seguito, coordinate simili, ma la materia è ancora più fumosa, l'aria rarefatta, lo spartito ancora più etereo. Ci si inoltra dentro e ci si muove a fatica, indolenziti, affannati, anche impauriti, refrattari a ogni passaggio. "Rispah" sembra una minaccia, è oppressivo, nebuloso e poi, improvvisamente, si apre a squarci di sole, però subito negati. Eppure si va avanti, perché i dodici brani creati da Dave Okumu, Leo Taylor e Tom Herbert sembrano nascondere segreti sempre nuovi via via che i minuti scorrono. Sembra una caccia al tesoro che non ti va di affrontare perché troppo difficile, perché sul cartello che la annuncia non è viene segnalato alcun premio, te lo devi costruire da solo.

Entrare dentro "Rispah" assume allora i connotati di una conquista. Ed è solo quando sei a un passo dal perdere la pazienza che cominciano ad affiorare le prime soluzioni del mistero. Dall'approccio kraut ragga di "Generational" alle aperture melodiche di "Wings", dalle atmosfere ipnotiche di "Lifeline" al recitato onirico di "What Happened", ai bridge che diventano ritornelli in "The Great Wound", e tutto intorno strati su strati di rumori, incastri di note, arrangiamenti vocali complessi. Eppure il tragitto rimane lineare, minimale fino all'ossessione, mai portato all'autoindulgenza, la discrezione come policy aziendale, ogni forma di protagonismo negata. Si potrebbe ipotizzare che per il trio londinese non contino neanche le singole composizioni ma la visione d'insieme.

"The Wall" è appunto un muro invalicabile, scivoloso, nasconde qualcosa, ma è quasi inutile provare a scavalcarlo, non finisce mai con quell'indecifrabile accompagnamento chitarristico, i piatti spazzolati, i sibili lontani, il pianoforte che entra e ti senti accerchiato, fino all'esplosione tanto agognata quanto frenata dalle stonature dei synth. "Rispah" potrebbe essere il manifesto di qualche cosa, ammesso che non l'abbiamo già strappato.

(24/06/2012)



  • Tracklist
  1. A Particle Of Love
  2. Generational

  3. Wings
  4. Lifeline

  5. What Happened

  6. The Great Wound

  7. Surrender
  8. Utopia

  9. The Wall

  10. The Stain

  11. Protection

  12. Uninhibited (bonus track)
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