Giovani di nome, ma non di fatto. O almeno non musicalmente. Né tanto necessari, a dirla tutta. Quello dei The Young è un rock robusto che evoca spazi ampi e vento tra i capelli, lunghe superstrade e case nelle praterie.
Dopo “Voyagers Of Legend” per Mexican Summer, siglando un patto con con la Matador, il combo statunitense vorrebbe, nelle intenzioni, accasarsi nel settore occupato – tra i tanti – da Black Mountain, The War On Drugs e compagnia neo-psichedelica. Niente da fare. Dieci canzoni che nell’esecuzione lasciano poco da dire. Purtroppo, e non è poco, ciò che manca è la capacità di arrivare al cuore pur suonando già sentiti, cosa che ai gruppi di cui sopra, ad esempio, riesce brillantemente.
A voler essere buoni, specie nella voce, prossima a Andrew VanWyngarden degli Mgmt, di singolare c’è la sottile patina glam che in tracce quali “Don’t Hustle For Love” – immaginate se i QOST fossero la backing band di Marc Bolan – e “Livin’ Free” sì emerge, ma è pur sempre poca roba.
Il riferimento principale rimangono i Crazy Horse, riletti sia alla lettera (la slide country di “Only Way Out”) che secondo declinazioni anni 90 alla Dinosaur Jr (palesi in “White Cloud”), ma a prevalere è la noia.
Duri ma innocui, come il Garrone di Collodi. Ascoltandoli, quasi quasi, rivalutiamo i My Morning Jacket.
03/08/2012