Tori Amos

Gold Dust

2012 (Deutsche Grammophon / Mercury Classics) | orchestral pop

Una precisazione: Tori Amos parla con le canzoni. Veramente. Per lei ogni composizione è come una figlia, un’amica, una sorella o un’insopportabile suocera-bisbetica-e-indomata, e il rapporto che si instaura tra l’autrice e le sue creazioni è genuinamente molto più viscerale di quanto non si pensi. Alcune di queste sono docili e si piegano al suo volere (esempio: accettano il posto in un album, si lasciano suonare con diversi arrangiamenti a seconda dell’occasione ecc.) mentre altre vogliono solo esser lasciate in pace – “Cooling” su tutte, una canzone che (racconta la stessa Tori) ai tempi la mandò bellamente “a fanculo” rifiutandosi di entrare sia su "Boys For Pele" che su "From The Choirgirl Hotel" e pretendendo di essere suonata esclusivamente dal vivo.
Magari ad alcuni la cosa può sembrare un tantino balzana, ma Tori Amos è un’artista tutt’altro che sciocca, e anche chi proprio non riesce a trattenere una risatina di fronte alle sue stramberie non può negare il fatto che questo rapporto ai limiti del feticismo abbia generalmente funzionato, vista la quantità non indifferente di bellissime canzoni che ha scritto nel corso della sua prolifica carriera. “Gold Dust” è una raccolta comprensiva di quattordici vecchie composizioni, riarrangiate in studio con l’immancabile pianoforte e l’ausilio della Metropole Orchestra. “Le canzoni presenti hanno cambiato la mia vita, e io ho cambiato la loro” ha detto Tori “questa è un’occasione per ricantarne alcune con una prospettiva moderna, e vedere come sono cresciute nel corso degli anni”. E fin quì tutto bene.

Poi però ci siamo noi, gli ascoltatori fastidiosi ma pur sempre quelli che teoricamente dovrebbero comprare il disco. Mettiamo subito il buono avanti? La varietà dei pezzi prescelti per “Gold Dust” è ottima e tutt’altro che scontata: uno sguardo quasi completo alla sua carriera (si va da "Little Earthquakes" del 1992 fino al penultimo "Midwinter Graces" del 2009) che raccoglie brani noti (non solo pubblicati come singoli) ma anche diverse rarità e b-side.
Va poi da sé che un qualunque brano preso a caso dalla sua produzione immacolata almeno fino ai primi anni Zero - perché io faccio parte del gruppo di eretici che mette in lista pure il geniale ed incompreso “To Venus And Back” (1999) e l’articolato e sottovalutatissimo “Scarlet’s Walk” (2002) - è sempre una gioia per le orecchie. Pochissime, infatti, ai tempi furono in grado di tener testa a Tori e alla sua strabordante creatività: cantante eccelsa, pianista forbita e un senso melodico e del ritmo fuori dal comune.

Adesso, però, bisogna pure guardare in faccia la realtà e il disco che ci troviamo tra le mani: in primis, il fatto che la stragrande maggioranza dei brani presenti appare già in versione “orchestrale” nella forma originale!! Ascoltando “Gold Dust” si nota un'interpretazione vocale più matura e ingentilita (sempre d'effetto), ma, pur con tutta la buona volontà che possiamo metterci, i nuovi arrangiamenti aggiungono veramente zero a ciò che già conosciamo: “Jackie’s Strenght”, “Cloud On My Tongue”, “Winter”, “Girl Disappearing”, lo stacchetto di “Programmable Soda”, quella “Silent All This Years” che ancora manda brividini lungo la schiena, la quasi bollywoodiana “Star Of Wonder”, “Marianne” (che si salva giusto per un rinnovato intermezzo che fa letteralmente balzare dalla sedia) o la stessa “Gold Dust” suonano praticamente identiche a prima.
Due violini in più e una batteria in meno non fanno primavera, e tralasciamo poi il fatto che la sezione di fiati (che era a disposizione lì accanto e avrebbe magari potuto aggiungere qualcosa d’inedito) viene tenuta talmente a freno che si sente su pochissimi brani.

In poche parole, qualunque nuova maturità abbiano raggiunto queste canzoni nella mente di Tori non viene assolutamente tradotta per le nostre orecchie. Sono sempre belle, pure, ma oltre all’autrice stessa chi può veramente riuscire a coglierne il nuovo “significato”? Ma, soprattutto, chi ne sente il bisogno? Pertanto la rivisitazione funziona un po' meglio su un pezzo come “Precious Thing”, lasciato curiosamente in sospensione senza le sfuriate ritmiche del passato, e sulla suite “Yes, Anastasia” che, pur dimezzata di durata, mostra un impasto orchestrale sempre ricalcato dagli spartiti originali ma notevolmente più denso e drammatico.
Il pezzo più riuscito è probabilmente il nuovo singolo “Flavor” (da “Abnormally Attracted To Sin”) che, spogliato della velleitaria ritmica pseudo-elettronica dell’originale, infila una sezione d’archi lanciati in uno spettacolare volo cinematografico dai toni bondiani sul quale la voce di Tori va in ascesa verso le glorie del passato. Tuttavia dall’altro lato ci sono anche episodi piuttosto deludenti, come “Snow Cherries From France” e “Flying Dutchman”, che con tutti quei tappeti d’archi in sottofondo finiscono col perdere di fascino.

Avrebbe avuto più senso se “Gold Dust” fosse uscito come un disco live a seguito del tour che Tori sta affrontando con la Metropole proprio in questi giorni in Europa. Potrebbe esser stato il documento del primo incontro di fronte a un’audience tra la grande cantautrice e un’orchestra di 52 elementi, un evento che sarebbe da non perdere. Ricordiamo infatti che prima d’ora Tori non ha mai registrato in contemporanea a un’orchestra, né in studio né dal vivo: seguendo un “suggerimento” che le diede Peter Gabriel ai tempi, la Amos solitamente incide in qualche studio privato sperduto nelle campagne della Cornovaglia o in Irlanda (per star lontana il più possibile dalle grinfie dei discografici – mica scema) e gli archi vengono aggiunti su nastro solo in un secondo momento.

Così invece “Gold Dust” rimane un passaggio a vuoto. Sarà un disco utile giusto per lei, che può tener d’occhio le sue creature mentre muovono i primi passi verso l’eta adulta, e forse piacerà all’affiatata cerchia dei fan più stretti (quelli che lei scherzosamente chiama “ears with feet”) perche’ questa è Tori al massimo della sua eccentricità e autocitazionismo – un fattore che la rende pur sempre unica e amatissima. Chi invece avrebbe potuto usare l’occasione di una buona panoramica “alternativa” come “Gold Dust” per avvicinarsi al lavoro della Amos è meglio che ripieghi sull’altra collezione, “Tales Of A Librarian”, perché un disco di soli pianoforte e orchestra rende un’immagine troppo limitata per un’artista che invece ha saputo fondere nella sua musica (e, aggiungerei, con estro sublime) elementi di elettronica, ritmi techno, trip-hop e avanguardie, clavicembali, sintetizzatori, ottoni, stacchetti jazz e preghiere dei nativi d’America.
Alla fine “Gold Dust” è un disco con belle canzoni per forza di cose, visto il catalogo del passato, ma il dubbio sull’utilità della sua stessa esistenza è un macigno che pesa e a tratti sa quasi di presa in giro. L’amore per Tori resta immutato, ma un “dai, torna tra noi!” scappa pure a me.

(03/10/2012)



  • Tracklist
  1. Flavor
  2. Yes, Anastasia
  3. Jackie's Strength
  4. Cloud On My Tongue
  5. Precious Things
  6. Gold Dust
  7. Star of Wonder
  8. Winter
  9. Flying Dutchman
  10. Programmable Soda
  11. Snow Cherries From France
  12. Marianne
  13. Silent All These Years
  14. Girl Disappearing
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