TOY

TOY

2012 (Heavenly / COOP Music) | kraut-gaze

Certe cose dovrebbero essere chiamate col loro nome, e far sì che solo in un secondo momento saltino fuori attinenze e somiglianze, di qualsiasi carattere esse siano. Il problema è trovarlo questo nome, talvolta: non ce ne vogliano i TOY, la nuova next big thing britannica dalle grandi, grandissime speranze, ma ci hanno messo in un bel pasticcio. E ciò, perché a un primo ascolto (ma anche a un secondo), risulta difficile inquadrare a pieno quale sia lo spessore della proposta musicale offerta da lorsignori. Certo, limitandosi ad un'indagine superficiale, appare chiaro, se non chiarissimo, da dove i cinque di Londra abbiano ripreso le proprie coordinate sonore: kraut-rock, post-punk, shoegaze sono definizioni che salterebbero in mente a chiunque, basta porgere orecchio anche di sfuggita al ricchissimo amalgama costruito dalla band. E' che con questi termini non si fa altro che lambire i margini di quella che è l'idea alla base del suono-TOY.

Un po' com'è successo con gli Horrors e gli S.C.U.M (soprattutto coi primi, per i quali il quintetto ha aperto un buon numero di concerti) in un passato non troppo remoto, il livello di sintesi e rielaborazione trascende la somma delle parti e destabilizza ogni punto di riferimento, alla volta di una nicchia da occupare che appartenga esclusivamente a loro. I beniamini di Faris Badwan e Rhys Webb non si limitano però a ricalcare i solchi tracciati da questi ultimi, ma guardano ben oltre, con gli occhi ben puntati all'orizzonte, e un pugno di idee che potrebbe far strada. La loro formula affina le intuizioni proprie dei colleghi e le scaraventa nell'iperuranio, facendosi più sottile, più acuta, possibilmente più sfaccettata che mai. No, non si tratta semplicemente dei Ride che incrociano il sound unico dei Neu!; la questione è decisamente più complessa e articolata, e l'intelligenza con cui i Nostri sfidano classici di simile statura viene premiata da una ricetta non soltanto personale, quanto foriera di scenari ancora non del tutto esplorati.

Con una voce efebica, dai tratti delicatissimi, il frontman e chitarrista Tom Dougall guida i suoi compagni di avventura alla costruzione di dodici brani che si stenta a non definire inappuntabili, sotto ogni aspetto. Frutto della perizia tecnica della compagine (da segnalare gli spigliati interventi della tastierista Alejandra Diez, nonché il precisissimo lavoro alla batteria di Charlie Salvidge, vero e proprio metronomo), ma non soltanto, l'omonimo disco d'esordio riesce a ridefinire l'immaginario che si avverte da anni a questa parte in terra d'Albione (quello di gruppi come White Lies, O. Children, e compagnia bella, tanto per intendersi), e a renderlo non soltanto più epico, ma al contempo più dolce e brillante. Si prenda ad esempio "Motoring", primo singolo estratto, ed eloquente caso di nomen omen. Al di là però dell'innesto su una matrice che più 70's di così si muore, è sorprendente l'uso che di essa ne viene fatto, essendo trasposta in un'intelaiatura che pesca tanto dalla lunga tradizione indie-rock inglese quanto dal tenue romanticismo di certo dream-pop.
Chiariamolo sin da subito, il disco non ha niente a che spartire con la corrente estetica dreamy oramai diventata di dominio pubblico, ne usa però gli stilemi per riadattarli ed inserirli in contesti diversissimi dall'origine. I muri di suono di "Lose My Way" vengono mitigati dalla dolcezza infinita della linea melodica, che s'insinua lieve nelle incalzanti stratificazioni ordite dalle chitarre e dalla tastiera. Così, la stupenda parte strumentale con cui si apre "Colours Running Out", poderosa cavalcata sonica (cui fanno da contraltare i sette minuti in chiusura a "Kopter", coda lisergica capace di mischiare shoegaze, psichedelia e finanche del drone in un corpus organico e fluidissimo, roba da procurare invidia agli Stereolab di "Jenny Ondioline") lascia adito ad un tema lirico appassionato, ma morbido come seta.

S'impegnano a sviluppare con la stessa caparbietà canzoni fatte e finite, e lunghissimi (quanto ramificati) viaggi sonori, senza mai prediligere una strada rispetto a quell'altra: in un caso o nell'altro, non abbassano mai la guardia, mantenendo sempre altissimo lo standard qualitativo. E pur mancando il loro vero cavallo di battaglia, quell'entusiasmante "Left Myself Behind" che li ha lanciati l'anno scorso, non sono di certo rimasti a corto di cartucce. La languida malinconia di "Heart Skips A Beat", munita di un ampio apparato simil-orchestrale, riesce in questo modo a convivere in assoluta armonia con il drumming energico della più cupa "Dead & Gone". Quando poi un breve interludio strumentale come "Omni" riesce a trovare la sua giusta collocazione nell'economia dell'album, sconfinando coi suoi sinistri accenti nel lento ribollire di "Walk Up To Me", smetti di opporre anche quel minimo di resistenza che poteva essere rimasta.

Un debutto strepitoso, la conferma di quanto il rock inglese sia tutt'altro che morto.

(04/09/2012)

  • Tracklist
  1. Colours Running Out
  2. The Reasons Why
  3. Dead & Gone
  4. Lose My Way
  5. Drifting Deeper
  6. Motoring
  7. Heart Skips A Beat
  8. Strange
  9. Make It Mine
  10. Omni
  11. Walk Up To Me
  12. Kopter

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